La Sicilia, nessuno sa quale esiste per davvero. Ognuno “si azizza” la sua. Quella di Peppino Sottile il Padreterno l’ha “allavancata” in un pizzo di montagna tra i Nebrodi e le Madonie. Ed è una meraviglia che Einaudi ha intitolato, forse perché Borges fa figo, Palermo di chitarra e di coltello, o forse perché il libro, spaccato in due, “si affiletta” – second life – in un’altra delle cento Sicilie, quella dei cronisti del giornale L’Ora che il direttore Nisticò mandava come furetti nelle tane giuste, gridando nel corridoio: «voglio la foto della madre che piange».
La regina di tutte le Sicilie è Natina, la gelsominaia che, vedova e sola, «per raggiungere i gelsomini abbarbicati alle grate e alle mura del convento dei frati minori, nelle notti d’estate si alzava alle tre» perché il pregiato gelsomino «si poteva cogliere solo di notte: la luce del sole lo appassiva».
Natina «per metterne insieme un chilo affondava i piedi nel terreno acquitrinoso, si faceva largo tra i rami fitti e cespugliosi, allungava le braccia sino alle grate dei monaci e con le dita morbide e delicate di un angelo staccava i fiori bianchi». E qualche volta c’era frate Eugenio che usciva dall’orto con due panieri di fichi e gelsi neri e consegnava Natina a santa Rita, la patrona delle donne che cercano marito. Aspettando che il frate buttasse il saio alle ortiche, Natina affrontava i maldicenti: «Sono l’amante di tutti i monaci del convento».
Nella Sicilia “first life” di Sottile ci sono i seminari e i collegi dei salesiani che, altro che Mala educación, erano la terra promessa, perché «tra i recinti e sotto il cielo quadrato» della vocazione, accoglievano i ragazzi poveri nelle loro scuole (davvero) superiori, dove si studiavano persino l’inglese, la musica di Haydn e Dvorák, i sonetti di Shakespeare.
È la Sicilia dei musicanti che suonavano «nove canzoni alle spose e sette alle fidanzate», istruiti nel re minore e nel la minore ma non «nel do maggiore, quello che dà lucentezza e brio, perché il maestro Lapunzina, di professione barbiere, era nella stagnazione anche d’umore da quando “i contadini avevano scoperto la lama Gillette”».
L’orchestrina dei musicanti rubacchiava alla radio Sei rimasta sola di Celentano e Non arrossire di Gaber, due litanie mortizze in confronto a Blue Moon che permetteva di tirare sino all’alba. È la Sicilia dei muli che, come i cavalli del West di John Wayne, sono soppiantati non dal treno, che in cima alla Sicilia non arriva neppure oggi, ma dalle tre ruote della Moto Ape, “la lapa” che, madresanta, la Piaggio aveva inventato «per liberare i contadini».
E fu progresso anche la Giardinetta carica di scarpe di Varese e di abiti Facis. Il calzolaio finì a sessant’anni in un’acciaieria della Ruhr e il sarto a impastare farina in un biscottificio per diabetici del Canton Ticino. Il papà di Sottile smise di costruire le selle dei muli. E Natina, aggredita dalla polmonite, volle morire con gli occhi pittati.


