Il rinvio a giudizio dell’assessora al Turismo per corruzione, insieme alla condanna di Marcella Cannariato, non apre soltanto la stagione del rimpasto nel governo Schifani: certifica che dentro Fratelli d’Italia, la questione morale non è un inciampo occasionale, ma un problema strutturale. Infatti la premier ha deciso di occuparsene di persona: il 27 aprile sono attesi nell’Isola Arianna Meloni e Giovanni Donzelli, probabilmente a Enna, per ascoltare dirigenti, parlamentari e soprattutto una base sempre meno disposta a far finta di niente.
In attesa di capire se la Amata si dimetterà in autonomia, la visita dei due plenipotenziari meloniani dice già tutto. Se dopo oltre un anno di commissariamento serve che scendano Arianna e Donzelli a raccogliere umori e lamentele, vuol dire che il commissariamento non ha prodotto nulla. Il partito in Sicilia è rimasto dov’era: attraversato dalle stesse correnti, esposto agli stessi casi, incapace di produrre un’autonoma linea politica perfino nel momento in cui i suoi uomini più esposti finiscono a processo. E allora la domanda viene da sé: a che serve Luca Sbardella?
Amata, in questo quadro, è il detonatore più recente. Il suo rinvio a giudizio e la condanna di Cannariato riguardano infatti soltanto uno dei quattro procedimenti nati dall’indagine madre sullo scandalo Galvagno. Un fascicolo che, a sua volta, discende dagli accertamenti sulla vicenda della partecipazione della Regione Siciliana al festival di Cannes del 2023. Questo è il punto politico da tenere fermo: non siamo davanti a una sola storia giudiziaria, ma a una filiera di vicende che parte dalla promozione turistica, attraversa il cerchio di potere costruito attorno a Fratelli d’Italia e arriva fino ai vertici dell’Ars.
Il 4 maggio comincerà infatti il processo con rito immediato a Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea regionale, imputato per corruzione, peculato, truffa e falso ideologico. È stato lo stesso Galvagno a chiedere di saltare l’udienza preliminare. Con lui andrà a processo anche il suo autista Roberto Marino, accusato di corruzione e peculato: secondo l’impianto accusatorio avrebbe intascato rimborsi per trasferte inesistenti e usato l’auto blu per esigenze private, dai passaggi a conoscenti fino al ritiro di cibo, fiori e altri beni. È difficile immaginare un quadro più imbarazzante per un partito che continua a presentarsi come presidio di rigore.
Due giorni dopo, il 6 maggio, toccherà all’udienza preliminare del filone principale, con imputati l’ex portavoce di Galvagno Sabrina De Capitani, Marcella Cannariato, Marianna Amato e il manager della comunicazione Alessandro Alessi. Anche questo rafforza il dato politico invece di indebolirlo: non c’è un singolo processo da cui dipende tutto, bensì una costellazione di fascicoli, accuse, filoni, udienze e verifiche che da mesi tiene Fratelli d’Italia siciliana inchiodata a un’emergenza permanente.
Dentro questa storia, il Turismo è il luogo in cui negli ultimi anni si è concentrato un metodo. Da Manlio Messina a Francesco Scarpinato fino ad Amata, Fratelli d’Italia ha trattato quella delega come una postazione strategica: soldi, eventi, promozione, relazioni, visibilità. È lì che si è sedimentata una corrente di potere che dura da oltre otto anni, cominciata ai tempi del governo Musumeci e mai davvero interrotta. Per questo la domanda vera non è se Amata debba lasciare. La domanda è se con Amata finisca anche quel dominio, oppure se il partito stia solo preparando il sacrificio di una figura per conservare intatto il resto.
Su questo sfondo, il capitolo Cannes resta decisivo. Perché proprio Cannes ha messo in scena il modo in cui in Sicilia si sono intrecciati promozione, affidamenti e cattive frequentazioni. Le inchieste giornalistiche di Domani hanno ricostruito il rapporto fra la società Absolute Blue di Patrick Nassogne, gli affidamenti milionari ricevuti dalla Regione, il ruolo attribuito a Sabrina De Capitani e perfino la presenza sul red carpet di Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”, figura ritenuta vicina al clan Senese. È una vicenda parallela rispetto ai procedimenti siciliani più recenti, ma confermano come la promozione dell’isola è stata trasformata in un terreno troppo opaco.
Per questo l’arrivo di Arianna Meloni e Donzelli ha tutti i crismi dell’ispezione. I due esponenti più vicini alla premier arrivano fra il rinvio a giudizio di Amata e l’apertura del processo a Galvagno. Arrivano mentre la base pretende di capire se il metro usato a Roma contro Santanchè e Delmastro valga anche in Sicilia. Arrivano, soprattutto, perché nessuno si fida più della gestione locale di questa crisi.
E Schifani? Schifani ha aspettato per mesi. Ha congelato il rimpasto, ha rinviato la resa dei conti, ha lasciato che fossero le inchieste e i partiti a sbrigare per lui il lavoro sporco. Ora però il problema gli è esploso in mano. Perché il rinvio a giudizio di Amata non è più compatibile con l’immobilismo, ma neppure basta a risolvere la questione. Se Fratelli d’Italia molla il Turismo, può chiedere la Sanità. Se pretende un riequilibrio generale, salta mezzo governo. Se invece si limita a cambiare un nome lasciando tutto uguale, il rimpasto sarà solo un maquillage.
Alla fine il punto è questo: Fratelli d’Italia in Sicilia non ha bisogno di un’aggiustatina, ma di una rifondazione. Troppi processi, troppi filoni, troppi pezzi di potere coinvolti per ridurre tutto alla sorte personale di Elvira Amata. Il partito che doveva incarnare disciplina, selezione e rigore si ritrova invece con il suo assessore più esposto rinviato a giudizio, con il presidente dell’Ars a processo dal 4 maggio e con un commissario di fatto svuotato dalle sue funzioni. Andrebbe smontato e rimontato daccapo.


