Nel fuoco delle polemiche veneziane mi hanno colpito le sicilianerie del ministro Giuli. Non solo le sue citazioni del Gattopardo, che in fondo ronza nella testa di tutti — Ciccio Tumeo, Donnafugata, Calogero Sedara — ma anche la frase: «Come dicono i siciliani, u cani non è u miu». Tra tanti cani tinti, cani ca muzzicanu, cani ca zuppicanu, cani morti e cani pazzi, neppure nel Pitré c’è traccia di questo cane che «non è u miu». Dov’è l’ha trovato Giuli? Ad Atreju, appena nominato ministro, liquidò la sinistra così: «I cani abbaiano, la carovana passa». Ma erano altri cani.

Ed è un altro cane Bendicò, il famoso “personaggio chiave del romanzo”, il cane di quel don Fabrizio al quale Giuli si ispira. Sicuramente infatti ne riprende i basettoni, ne calza gli stivali da caccia, ne indossa i panciotti e gli orologi da taschino, il velluto principesco. Alla mimesi freudiana del Giulipardo contribuiscono il corpo alto e massico, il biondo dei capelli, gli occhi azzurri del Gattopardo. Era da poco ministro, quando si impegnò nel lancio della serie Netflix che risultò bruttissima, ma lui non ne aveva colpa. Il suo Gattopardo è infatti Burt Lancaster. È Visconti che gli permette di liquidare Buttafuoco come Ciccio Tumeo, con una citazione contestata da Guia Soncini che, avendo ben studiato il personaggio, ha giustamente notato che «Ciccio Tumeo è l’unica persona perbene di quella storia».

Ma forse Giuli, che ilGattopardo l’ha letto ma non riletto, voleva offenderlo senza disconoscerlo: «Buttafuoco non è un martire della jihad, è il mio caro Ciccio Tumeo». Insomma, Ciccio è “caro” al principe, è il suo compagno di caccia, anche se al Plebiscito dice di avere votato No, nonostante a Donnafugata i No abbiano preso zero voti. Broglio fu? Dice di Buttafuoco il principe Giuli: «è il mio fratello sbagliato». Quando si arrabbiò con me perché prendevo in giro il suo strambo guardaroba da Giulipardo, per offendermi usò invece Calogero Sedara, l’arricchito, il parvenu, con cui il Principe si imparenta perché «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Esaurito il Gattopardo, rimane dunque da chiarire u cani non è u miu, che è la sicilianeria di Peppino Sottile, devotamente chiamato il “Flaubert di Palermo”, che al Foglio era maestro di entrambi. Sottile, che si è formato nel mitico giornale L’Ora, raccontava che in una caldissima Palermo di luglio il fotoreporter Nicola Scafidi, già disgustato al primo boccone, lanciò la sua acida arancina a un cane randagio che, grato, gli leccò la mano. Dietro al cane comparve un signore che di professione faceva il tosatore: «Ci facemu la testuzza a liuneddu?». E Scafidi: «Facemula». «Ci facemu li piduzzi alla polacca?». «Facemuli». «Ci facemu a cuda cco fioccu?». «Facemula». Alla fine presentò il conto: «Perché è lei, sono cinquecento lire». E Scafidi: «U cani non è u miu». Giuli alla Biennale ha tosato un cane che non era il suo. E voleva farlo pagare a Buttafuoco.