Palermo di chitarra e coltello. Questo il titolo del libro di Sottile, preso a prestito da Borges. Che parlava della Palermo di Buenos Aires come disse quando venne in Sicilia a ritirare un premio allora prestigioso e non più attivo. Ma della Palermo di Ruggero cantata dai poeti arabi per la sua bellezza e per la leggerezza del clima e degli edifici, il libro si occupa. Per constatarne il declino forse irreversibile, per esternare una malinconia dovuta al passare implacabile del tempo che spinge a ripensare al passato che sembra felice. Pur nel tormento dei turbamenti di passione e di amore incompreso in primo luogo al giovane.

Questo il tema essenziale del primo movimento del libro che si compone di tre parti. Comincia proprio da un ricordo essenziale che ha segnato la vita dell’uomo che ricorda da adulto il dolore recato da una passione incompiuta e soffocante quanto deliziosa nel suo illusorio, incomprensibile dispiegarsi. Il ragazzo protagonista è guidato da due frasi di Valery udite nel collegio dei salesiani dove era andato come seminarista. Per imparare a leggere, scrivere e studiare gli autori francesi prediletti da un colto padre salesiano. Nel seminario di Pedara vicino Catania: dove lo aveva portato il padre, artigiano provetto e rispettato, ma nella Sicilia rurale e lontana del paese montano di Gangi, poco più che povero. Come tanti, del resto, nella baronia che vide la baronessa caduta e soccorsa da alcuni paesani, rimproverarli per avere osato “metterle le mani addosso”. Paese di mafia antica e che si faceva gestione di comunità in cui lo Stato aveva poco spazio e dove la miseria aleggiava su campagne arse e poco produttive. E tuttavia nonostante l’emigrazione ancora in grado di produrre il necessario alla vita.

E anche il superfluo come la musica di cui era cultore il maestro Lapunzina, provetto barbiere e musicologo dilettante che spingerà il giovane protagonista allo studio e poi alla pratica degli strumenti musicali. Una passione che resterà viva per sempre. Ma il senso profondo di quella vita che qui si racconta è forse nelle frasi di Paul Valery udite da un sacerdote che lo amava insieme a Flaubert. E le due frasi, “belle da svenire” sono tratte dall’immenso lavoro del letterato. Dai “Quaderni” la prima, il giorno che guardando una vecchia foto ingiallita non si era riconosciuto: “Inconnu de moi meme”, come aveva scritto sul diario. L’altra di getto il giorno in cui aveva prova to i brividi per una donna: “Nulla è più profondo della pelle”. Queste due linee di ricordo e di vita sono presenti nella scelta che portò Sottile fuori dal seminario.

Ad interrompere la sua vita da chierico: l’amore travolgente provato per la giovane e bella compagna di scuola delle elementari ritrovata tornando in paese, Fiorina, figlia del barbiere e musicista. Che lo intronò, lo incanto, lo sopraffece. È da allora chissà quante altre volte: ma mai con questa stordente intensità; non se ne parla, seguendo la pudicizia e il riserbo tipicamente siciliani, almeno di un tempo, adombrati da Sciascia. E si parla invece del mestiere antico del padre. Autore di basti per mule e asini, unici mezzi di trasporto in quei tempi. Ricamati e lavorati con gusto. Soppiantati ben presto dall’Ape Piaggio. La famosa Lapa adottata dai contadini rimasti ormai in pochi, per andare a lavorare. Segno di modernità, nemica dei muli secondo il sellaio e che portò l’artigiano valente alla disperazione, al fallimento. Poi una fine dolorante.

E nel frattempo l’amore folle del bambino che era stato l’autore e lo portò nel cuore a Palermo, la Palermo di Sicilia negli anni ’70, lavorando come cronista all’”Ora”, il giornale allora diretto da Nisticò, lungo stagioni sempre più terribili di mafia e morti ammazzati, di sangue e dolori: fino alla degenerazione o allo sviluppo orrendo dovuto ai soldi degli appalti e poi della droga che misero capo ad una infinita arroganza, alla sfida aperta allo Stato. E poi la disperazione per morti generose di tanti uomini buoni e sacrificati, in un risveglio di coscienza, poi esauritosi nella greve indifferenza che oggi avvolge la città che fu di Ruggero. Al cinico utilizzo dell’antimafia per il potere. Fino all’esaurirsi del carisma, della magia, delle rose e del miele. Col prevalere di un disordine morale prima che amministrativo, di un’irrilevanza, di una fuga non compensate dalla retorica della modernità.

Storie di mafia nella seconda parte del libro e ce ne potrebbero essere altre mille. Tutte interessanti e capaci di cogliere anche il lato talora ridicolo, sempre differente, di una società diversa e piena di sfumature E tragedie beffarde e tristissime. E infine il rimpianto e la sofferenza. Alla ricerca del Genio perduto della città. Forse anche di un Altro. Di un sé segreto che non si svela mai del tutto e che nasconde qualcosa di irraggiungibile. Un altro amore più alto e puro: ora che la vecchiaia rende dolci e comprensivi e il cinismo necessario alla durezza del vivere e del lavorare arretra. Ora che si è nonni e si guarda con dolente stupore alla meraviglia della vita. Sperando che le cose, pur nella denuncia del male, o di ciò che appare tale o vi concorre, possano migliorare. Per coloro che vengono dopo. Basta coltelli, solo chitarre.