Tra i sostenitori dell’ira di Mario La Rocca, che via chat “minacciava” i manager delle Asp di fare in fretta e “calare” i posti letto delle Terapie intensive sulla piattaforma Gecos, c’è Tuccio D’Urso. L’ex dirigente anti-fannulloni della Regione siciliana, che dopo la decisione dell’Ars di bocciare una deroga per farlo rimanere in servizio oltre l’età pensionabile, è stato “riciclato” da Nello Musumeci ai vertici della struttura anti-Covid, un ruolo di assoluto prestigio. E’ lui il soggetto attuatore che gestisce i fondi (128 milioni) per gli interventi negli ospedali.

D’Urso e La Rocca sono due facce della stessa medaglia. Quel pezzo di Sicilia che si ribella alle lungaggini e ai fancazzisti. Due burocrati che aborrano la burocrazia. Del primo, ex dirigente generale all’Energia, nonché “ideatore” del centro direzionale della Regione (per 425 milioni di euro), si ricorda l’intervento a gamba tesa, la scorsa estate, su tutti quei dipendenti regionali che avevano il terrore di dover tornare in ufficio (a causa del virus) dopo la lunga pausa in modalità smart working: “Dopo quattro mesi a casa, si permettono di dire che “psicologicamente” non sono pronti a lavorare? Cose da pazzi…”, sbottò in un’intervista al Corriere della Sera, prima di sospendergli le ferie.

Musumeci, che contro i regionali aveva inveito in tutte le salse (“L’80% di loro si gratta la pancia”) e non sapeva ancora di dover approvare la valutazione sulla performance 2019 (col massimo dei voti), l’ha promosso a modello di buongoverno. Della serie: “magari fossero tutti come lui”. E l’ha premiato con un posto al sole, non prima di aver tentato in tutti i modi il blitz in aula. Ma il tentativo di prolungare la permanenza in servizio oltre l’età della pensione, vista l’emergenza ad hoc, non ha avuto fortuna: la leggina presentata all’Ars, infatti, è stata bocciata dal M5s e dalle opposizioni, e anche da alcuni pezzi della maggioranza. D’Urso ha dovuto attendere pochi mesi per tornare in pista: prima grazie alla Lega di Matteo Salvini che gli ha affidato il compito di organizzare un tavolo sull’Energia durante la tre giorni di Catania (in prossimità del processo Gregoretti nei confronti del Capitano); poi è stato il turno di Musumeci, che dopo aver ottenuto la delega a commissario anti-Covid da parte di Domenico Arcuri, ha subito nominato D’Urso come coordinatore della struttura tecnica e soggetto attuatore.

Si occuperà di gestire il fiume di danaro che Roma, da qui ai prossimi mesi, dovrebbe inviare in Sicilia allo scopo di garantire la riconversione dei Covid Hospital, l’allargamento dei reparti e le provviste in termini di macchinari: l’obiettivo è attivare i nuovi posti-letto di Terapia intensiva e sub-intensiva per contrastare la pandemia. Il superburocrate è dotato di poteri straordinari e derogatori, e agirà sotto la supervisione del commissario delegato (Musumeci, appunto). D’Urso, ogni mese, dovrà presentare una relazione sullo stato dell’arte. La struttura di cui è a capo, letteralmente, è “preposta all’attività di coordinamento, monitoraggio, controllo e rendicontazione”. Il suo incarico scade il 31 gennaio, ma verrà quasi certamente prolungato assieme allo stato d’emergenza.

L’ex dirigente generale è stato il primo a schierarsi dalla parte di Mario La Rocca, altro “burbero” capo dipartimento alla Pianificazione strategica (assessorato alla Salute), che aveva osato sollecitare i manager a velocizzare il processo d’inserimento dei posti-letto nella piattaforma Gecos, allo scopo di evitare il precipizio della Sicilia in “zona arancione”. Domenica mattina D’Urso ha rilanciato sui social un documento (che non è mai diventato ufficiale), a nome di tutti i manager della sanità siciliana, in cui si legge che “siamo stati chiamati dal direttore La Rocca non ad inventare posti, ma a renderli subito disponibili. Abbiamo agito sempre con coscienza e responsabilità e non possiamo accettare illazioni volte a screditare l’impegno profuso”. Ma i modi non sarebbero andati giù a parecchi direttori generali della sanità, e quella “difesa” è rimasta solo sulla carta.

Mario La Rocca è anche un componente del comitato tecnico scientifico della Regione, assieme a Maria Letizia Di Liberti, che guida l’osservatorio epidemiologico dell’assessorato. Nei mesi scorsi era finito nelle carte di Report, la nota trasmissione d’inchiesta di Rai 3, per il suo collegamento a un centro privato di Nefrologia e Dialisi, di proprietà della sua famiglia e convenzionato con l’Asp di Palermo. E poiché da La Rocca passano decisioni importanti in materia di sanità convenzionata, l’assessore Razza dovette subito chiarire: “Il mio assessorato ha due dipartimenti e tutte le decisioni che sono assunte sulla materia che riguarda l’interesse in conflitto sono decise con decreto del presidente della Regione che ne affida la responsabilità all’altro direttore generale”. Ma adesso, la Rocca, più che per i suoi trascorsi, ha legato la propria fortuna all’attualità. A quel “non sento cazzi”, di defalchiana memoria (ricordate le urla contro Schettino?), che suscita un automatico sfregolio di mani. Finalmente qualcuno che alzi la voce.

Sono tuttora un rebus, invece, gli attacchi contro medici e direttori generali. Gli uni, colpevoli di aver falsificato le cartelle cliniche allo scopo di privilegiare le attività intramoenia, impedendo la riconversione dei reparti per i malati Covid; gli altri, per averglielo lasciato fare (“Sono stato a casa col Covid e per tre settimane non hanno fatto nulla”). Fava ha invitato il dirigente a presentarsi dai magistrati, a fare nomi e cognomi, a mostrarsi impavido come lo rappresentano qualche messaggio in chat e le successive dichiarazioni a mezzo stampa. Sarebbe il colpo della staffa.

Quello che un altro superburocrate, al secolo Salvo Cocina, ha rifilato all’ultima ordinanza di Musumeci sulla chiusura domenicale dei bar. Si tratta del capo della Protezione Civile regionale, che con una propria circolare ha corretto il provvedimento del governo, e garantito la possibilità di asporto (e non solo del servizio a domicilio) per tutti gli esercenti infuriati. Cocina è l’ex dirigente generale del dipartimento Acqua e Rifiuti, uno dei più “delicati” dell’intero apparato regionale. Ha avuto per anni – compresi gli ultimi, quelli degli scandali – potere di firma sugli iter autorizzativi per l’ampliamento delle discariche. Come il rinnovo dell’Aia (autorizzazione integrale ambientata) nel 2019 a favore della Oikos, che gestisce l’impianto di Motta Sant’Anastasia, nonostante la scosse giudiziarie inflitte dai giudici alla famiglia Proto, proprietaria dell’impianto.

Un territorio accidentato, pieno di insidie e di pressioni, dove le strutture operative dell’assessorato rimangono sguarnite perché in pochi accettano di andarvi a lavorare. E dove Cocina, da grande equilibrista, ha tenuto botta fino alla scorsa primavera: nel rimpasto dei dirigenti (di terza fascia, va da sé) previsto dal governo regionale, è finito alla Protezione Civile al posto di Calogero Foti. Ma anche da lì, come i suoi colleghi più rigorosi, avrà modo di farsi sentire. Di stare al centro della scena. Di alzare la voce. Il risveglio dei burosauri: una storia che solo il Covid ha reso possibile.