C’era un vicino nella mia campagna di Montededaro che si chiamava Pietro. Un giorno andando da lui, non ricordo più per quale motivo, mi diede un libro. Forse era il 1970 del secolo scorso. Era Albertine è scomparsa, di Proust. L’aveva lasciato li un suo nipote in una delle permanenze estive. Questo fu il mio primo contatto con l’autore del libro di cui parlo: Giuseppe Sottile.
Ho letto in questi giorni un libro di racconti di Mo Yan ( Premio Nobel per la letteratura nel 2012 ). Leggendo Giuseppe Sottile, per associata combinazione temporale, dopo una chiacchierata con lui, non ho potuto fare a meno di riflettere su quanto deve la letteratura, quella vera, alle periferie e alle sue narrazioni. Per questo, sono sempre più convinto, che la grande poetica dedita a raccontare l’umanità nasce proprio dalla dislocazione, il microcosmo, il particolare, il villaggio o la sperduta contrada. Pertanto, là dove esistono “ termometri sensitivi “, capaci di rilevare variazioni emotive, dannazioni, euforie, cadute e sogni da venire, essi sono la vera voce di una testimonianza altrimenti perduta nelle naturali pieghe dell’oblio. Il dimenticato Tolstoj aveva affermato, ammonendo gli scrittori velleitari e non, in una intuizione che a tutt’oggi resta inossidabile, che “ se parli di Parigi sarai un provinciale, se invece parlerai del tuo villaggio diventerai universale”.

Giuseppe Sottile, raccontando della sua infanzia e adolescenza, della sua famiglia, delle sue maree sentimentali, dei suoi trascorsi religiosi, dei suoi contrappunti legati al caos di un’età ancora confusa e istintiva, travagliata e funesta, non priva di una sensibilità ancora tutta da decifrare, è uno specchio fedele, a tratti impietoso e senza orpelli, non privo di coltissima ironia, dentro il quale si riflette tutta la comunità di cui ha fatto parte e dalla quale eredita sentimenti, linguaggi, descrizioni e modalità di esistere che, comunque vadano le cose, sono uguali sotto tutte le bandiere. Significa che il suo narrato luogo natio, Gangi – dove questo sabato presentiamo questo suo magnifico lavoro – può diventare la Macondo di Marquez, la Dublino di Joyce, la Praga di Kafka, la Holt del Colorado di Kent Haruf, oppure il villaggio sul Nilo descritto da Tayeb Salih, o ancora le campagne raccontate da Osvaldo Soriano o la provincia di Camilo Josè Cela ( Mazurka para dos muertos ).

Il particolare che diventa universale. E sta qui tutta l’abilità di un narratore. Riuscire a restituire, attraverso un lavoro di onestà, consapevolezza, conoscenza e abilità descrittiva quel mondo ormai irrimediabilmente perduto ma i cui tratti, ed oggi l’eugenetica lo conferma, attraverso cui gli antenati, ancora dentro di noi, sono per sempre immortali, con la loro gestualità, i loro furori, le loro follie, le miserie e la loro umanità fatta di sapienza, gelosia, arguzia, mito, religiosità, rispetto e amore verso le cose andate che si pensa non tornino mai più. Di fatto, Giuseppe Sottile, nella prima parte di questo libro, quello dedicato alla sua Gangi, non risparmia dettagli, modi di dire, idiomi antichi ed esclamazioni come Focu ranni, u ‘nneru, a vardedda, altrimenti destinati ad essere buttati dentro il cosiddetto cestino del tempo e della cancellazione di un mondo che, seppure appare così lontano, riverbera ancora la sua vibrante voce grazie a colui il quale non ha mai dimenticato. E questo, a mio modesto avviso, è la funzione dello scrittore: cantare i versi di un consorzio umano fatto di territori esistenti ( Zimmara, Pastonello, Montededaro, Casalgiordano ), fatto altresì di accese iperboli musicali, di teatralità, di consacrazione della morte, di riti ancestrali e di elementari codici che, nell’apparenza possono sembrale ovvi e banali, ma che nella corale rappresentazione della vita consegnano una perennità che si ripete ancora, sia nei comportamenti, sia nello sviluppo che ogni individuo affida al proprio destino. La morte è un taglialegna – aveva detto Bufalino – ma la foresta è immortale. L’immortalità, in questo senso, è la preziosa coltivazione della memoria.

Lode pertanto a Giuseppe Sottile per questo “Palermo di chitarra e coltello” (Edizioni Einaudi), non solo per la genuina descrizione di personaggi e luoghi della sua memoria, ma anche per la straordinaria capacità di intessere orditi delicati e memorabili di un contesto sociale siciliano in rapido cambiamento nel quale, il millenario mondo rurale, si avviava inesorabilmente al definitivo e irreversibile declino. Non più quindi rumori di zoccoli sul selciato, non più odore di sterco di cavallo, non più brillantina spruzzata sui capelli, non più chitarre nella penombra di un balcone, non più orgogliose rusticanerie, non più coppole larghe e scapolari, non più fiere di paese con migliaia di animali, non più velluto a coste e coltelli affilati nella mola, non più capelli venduti all’ambulante in cambio della prima plastica, non più tessitrici orbate dall’ago sottile e dal filo infinito tra le dita, non più naftalina dentro gli armadi, non più spago passato dentro un globo di cera, non più finimenti di gemme vellutate, rosse, gialle, verdi e blu dei basti costruiti in bottega, non più il maniscalco che inchioda zampe ribelli di muli e di destrieri. Non più l’Athena Noctua, detta Piula, che con il suo verso notturno annunciava trapasso e aldilà.

La seconda e la terza parte di questo prezioso libro fa i conti con la faunistica umana di una Palermo torbida e bellissima, picaresca e dannata, contrappunto di violenza e di gelati al gelsomino, di sbrecciati edifici e di luce abbagliante, con la poetica onomastica dei suoi quartieri dove la litania di fondo è stato il perverso rosario della morte.

Sottile, da raffinato conoscitore di questo mondo, vissuto sia dal basso che in maniera trasversale, elenca una serie di destini di personaggi reali andati alla malora, sia che si tratti di boss, che di picciotti, di ex sindaci della città e di politici che sembravano satrapi immortali nell’intreccio fangoso tra malavita e amministrazione pubblica, tra sopravvivenza e volgarità, correlata da una filosofia spicciola nella quale l’unico linguaggio comprensibile aveva un solo colore: il sangue. Il rosso visibile, proprio come uno dei campi della bandiera isolana che oltre al giallo di Palermo ha appunto il rosso della città di Corleone. Vessillo che pietrifica con la sua gorgone ma che nei simboli ammette che la storia può anche riazzerarsi, partendo dalla cosiddetta gloriosa epopea del Vespro. E non è un caso che proprio nella sublime capitale siciliana un affresco d’ignoto narra, attraverso la mano dell’artista, l’omnia vanitas, nella cosiddetta cavalcata della morte di Palazzo Abbatellis. Oppure nel truculento racconto del Ritorno di Cagliostro, del 2003, messo in scena da Ciprì e Maresco. O ancora nella fulminante rappresentazione di Wim Wenders nel suo film Palermo Shooting, passando per la testimonianza sensuale di Oscar Wilde, dietro l’altare maggiore della cattedrale. Eros e thanatos di una città che abbaglia e travolge, immalinconisce ed esalta, procura turbamento e maledizione, induce alla preghiera e sottomette al rispetto, genera orgoglio e facilità nella rassegnazione, a volte consapevole che tutto trascorre nel grande fiume del tempo, dove galleggiano spiritualità e crudeltà, bellezza e abbandonate periferie.

Giuseppe Sottile, con questo libro, attraverso un linguaggio asciutto e privo di tentazioni baroccheggianti, non privo di raffinatezze culturali di cui è grande cultore, lucida la memoria collettiva contro la naturale tentazione a dimenticare. Egli lo fa senza nostalgie, senza mai cedere alla tentazione di ammettere che quei tempi vissuti erano migliori di adesso, senza mai abbandonarsi a malinconiche rievocazioni, ma con la sincera consapevolezza che dentro la sua biografia è scritta una parte di storia dell’isolanità siciliana.

Proprio come uno specchio che riflette e restituisce una testimonianza reale, anche con l’utilizzo di un realismo fantastico, non privo di poesia, lieve come l’annunzio di uno zefiro di tramontana o la meraviglia ricevuta quando per la prima volta ha toccato il mare. Meritata fortuna quindi a questo prezioso e memorabile testo.