L’unico a rimanere sveglio dopo l’incubo delle Amministrative, che ha sancito la fine del governo Schifani, è Luca Sammartino. L’assessore all’Agricoltura, ignaro (?) del caos che attraversa l’alleanza di centrodestra (anche e soprattutto a causa sua) viaggia come un treno. E solo negli ultimi giorni ha annunciato la pubblicazione della graduatoria di un bando – 11,3 milioni per il sostegno agli interventi volti alla creazione e alla valorizzazione di agriturismi, agricoltura sociale, attività educative e didattiche – e due nuovi Avvisi: uno da 12 milioni per promuovere gli investimenti produttivi nel settore dell’acquacoltura e della molluschicoltura; l’altro da 750 mila euro per sostenere la diversificazione e la creazione di nuove forme di reddito per le imprese acquicole, cioè quelle connesse con l’allevamento o la coltura di organismi acquatici.

Non si è accorto, Sammartino, del vuoto intorno a lui. La Lega è stato l’unico partito (assieme all’ectoplasma Udc) a prendere le difese del governatore, implorandolo di andare avanti fino al termine del mandato. Mentre il resto della politica, a partire dal forzista Tomarchio, chiedono a gran voce le elezioni anticipate. Al prossimo ottobre, magari. Sammartino, invece, non ne vuole saperne. Sa bene che sarà difficile rientrare in giunta dal portone principale, anche se a vincere dovesse essere il centrodestra: lui è imputato nel processo “Pandora”, pendente davanti alla Terza sezione penale del Tribunale di Catania, per due presunti episodi di corruzione legati al Comune di Tremestieri Etneo; ma anche la Lega non se la passa molto meglio, ed è difficile prevedere che riesca a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento alle prossime elezioni regionali.

Specie perché si troverà di fronte l’esperimento Vannacci, che sta arruolando fedelissimi in tutta l’Isola. Ma anche perché gli accordi con la Democrazia Cristiana potevano avere senso con Cuffaro, mentre adesso, che il partito centrista è spogliato del suo leader, risulta difficile coglierne il peso elettorale. Insomma, per Sammartino potrebbe trattarsi davvero dell’ultima spiaggia. Anzi dell’ultimo anno. Prima di ripartire daccapo, magari altrove.

Anche se al momento l’enfant prodige della politica etnea (l’altro era Gaetano Galvagno, anch’egli precipitato nella polvere) può godere di ampi poteri nel Carroccio. E’ un portatore di voti, l’unico, e decide tutto in autonomia: a partire dalla nomina del segretario Nino Germanà, che è un suo “prodotto” (e che infatti si è lasciato andare nella dichiarazione più fantasiosa: “Il governo Schifani è il migliore degli ultimi cinquant’anni”). Passando per le iniziative che hanno finito per azzoppare la coalizione alle Amministrative: con la Dc ha deciso di sbarrare la strada a Dino Alonge in quel di Agrigento, sostenendo la candidatura (perdente) di Luigi Gentile al primo turno. Anche al ballottaggio, stando alle ultime rivelazioni di Gianfranco Micciché, avrebbe giocato sporco: “Per Michele Sodano hanno votato al secondo turno la Lega e anche i Fratelli d’Italia di Giusi Savarino hanno lavorato per La Vardera”.

Il clima, del resto, lo ha sintetizzato Pino Firrarello dalle colonne de La Sicilia, attribuendo la sconfitta a “chi ci prova gusto a spaccare, non per vincere ma per fare perdere” e indicando proprio “Sammartino e i suoi amici cuffariani” come responsabili delle rotture ad Agrigento, a Bronte “e non solo”. Intanto il centrodestra, al netto delle professioni di fede della Lega, ha perso una marea di comuni andati al voto col proporzionale, tra cui Enna e Marsala.

Sammartino, che a un certo punto della legislatura si era dimesso dal governo regionale dopo la misura interdittiva disposta nell’ambito dell’inchiesta Pandora, vi è rientrato, un anno dopo, con la carica di vicegovernatore. Ma non ha più potuto rappresentare l’intermediario con l’Ars, giacché le sue proposte sono spesso state bersaglio dei franchi tiratori (a partire dalla riforma dei Consorzi di bonifica, passando per quella sui laghetti artificiali). Attorno a lui un clima di cordiale e totale sfiducia. Qualche giorno fa l’ultimo esempio: l’Ars ha approvato una mozione che impegna il governo ad abbassare la soglia minima di accesso a un bando dell’assessorato all’Agricoltura, fissata a 250 mila euro di spesa ammissibile.

Un dettaglio tecnico solo in apparenza, perché attorno a quella cifra si è consumato l’ennesimo regolamento di conti. Gli autonomisti di Raffaele Lombardo contestano da mesi l’impostazione dell’avviso: con una soglia così alta, sostengono, resterebbero fuori le piccole aziende, le imprese familiari, le ditte individuali che in passato avevano potuto concorrere con requisiti molto più bassi. Sammartino ha provato a difendersi in Aula, spiegando che quel bando rientra in una programmazione più ampia e ricordando l’esistenza di misure già rivolte ai piccoli agricoltori. Ma la sua linea non è bastata. La mozione è passata con i voti delle opposizioni, del Mpa e persino del deputato democristiano Carlo Auteri.

Un segnale politico chiarissimo: non si tratta più soltanto di qualche imboscata parlamentare, ma di una sfiducia plateale nei confronti del leghista. Le opposizioni hanno già fiutato l’odore del sangue e minacciano la mozione di sfiducia contro il vicepresidente della Regione. Se anche i lombardiani dovessero seguirle fino in fondo, la crisi politica diventerebbe qualcosa di più serio di una rissa estiva fra alleati. Diventerebbe la certificazione dell’isolamento di Sammartino. Che continua a pubblicare bandi, spartire piccioli e alimentare promesse. Ma intanto, attorno a lui, il pavimento scricchiola.