Il centrodestra siciliano arriva alle Amministrative come una famiglia in frantumi. Governano insieme alla Regione, si spartiscono le poltrone, ma appena si scende nei territori ognuno torna proprietario del proprio recinto. E lo difende con le unghie, con le alleanze più strampalate, con i ras locali e con tutto ciò che può servire a contare qualcosa il giorno dopo. Il responso, prima ancora delle urne, è che il presidente Schifani non comanda la sua maggioranza fuori da Palazzo d’Orléans.
L’immagine più plastica arriva da Agrigento, dove il centrodestra è riuscito nell’impresa di trasformare una città già complicata in un referendum interno alla coalizione. Da una parte Dino Alonge, sostenuto da Forza Italia, Fratelli d’Italia, Mpa e Udc. Dall’altra Luigi Gentile, candidato di Lega, Dc, Noi Moderati-Sud chiama Nord e liste collegate. Due candidati riconducibili alla stessa area politica, due pezzi di maggioranza regionale che si fronteggiano come se non condividessero ogni giorno la responsabilità del governo siciliano.
Schifani aveva provato a mettere almeno una toppa istituzionale: niente comizi degli assessori nei Comuni in cui il centrodestra corre diviso. Una richiesta ragionevole, dettata più dal senso del pudore che dalla strategia. Ma anche quella è caduta nel vuoto. Sul palco agrigentino della Lega e della Dc si sono visti dirigenti di partito e assessori regionali – dai leghisti Turano e Sammartino, passando per la rediviva Nuccia Albano, appena rientrata in giunta grazie all’ultimo rimpasto.
In questa confusione generale, l’unico patto che sembra reggere davvero è quello tra Luca Sammartino e l’area cuffariana. Forse grazie alle peripezie giudiziarie: perché quando il terreno si fa scivoloso, le alleanze fondate sulla sopravvivenza diventano più solide di quelle fondate sui programmi. La Lega siciliana sembra aver trovato nella Dc un alleato naturale: non tanto sul piano ideologico, dove servirebbe un esercizio di fantasia, quanto sul piano del metodo.
Agrigento è una prova generale, in cui Salvini è arrivato a promettere persino un nuovo aeroporto (come se non bastassero i quattro già presenti nell’Isola). Il caso agrigentino è il più vistoso, ma non l’unico. A Ispica, nel Ragusano, il centrodestra si presenta spezzato in più tronconi: Fratelli d’Italia sostiene Tonino Cafisi, Forza Italia e l’area Mpa-Grande Sicilia stanno con Angelo Galifi, mentre la Dc gioca una propria partita. Tre percorsi riconducibili, in forme diverse, allo stesso perimetro.
A Ribera si consuma un’altra battaglia interna: da una parte Carmelo Pace, deputato regionale della Dc, coinvolto nell’inchiesta da cui Cuffaro si è tenuto fuori patteggiando, sostenuto da un blocco di liste in cui compare anche Sud chiama Nord; dall’altra Maria Rosaria Provenzano, sostenuta da Fratelli d’Italia e Forza Italia. A Marsala il centrodestra ufficiale ha scelto Giulia Adamo, mentre il sindaco uscente Massimo Grillo, anch’egli di area moderata, corre per conto proprio con l’Udc e liste civiche. Ma la scomposizione è ancora più larga: dentro le liste della candidata del centrosinistra Andreina Patti hanno trovato spazio anche esponenti del centrodestra, evidentemente non convinti né dall’uscente Grillo né dalla candidatura di bandiera della Adamo. Insomma, la coalizione si divide, assume forme diverse (la più comune è il civismo) ma non ha una regia.
A Termini Imerese, invece, il cortocircuito è persino più accecante. La sindaca uscente Maria Terranova, espressione del Movimento 5 Stelle e ricandidata alla guida del campo progressista, ha finito per attrarre pezzi pesanti dell’altro fronte: i gruppi che fanno capo all’assessore regionale Edy Tamajo e l’ex presidente dell’Ars Gianfranco Micciché, che ha scelto di sostenerla rivendicando la libertà di “puntare sui migliori”, a prescindere dagli schieramenti.
A Enna il centrodestra ha candidato Ezio De Rose, pescandolo da un percorso politico che non nasce certo a destra. Mirello Crisafulli, lasciato senza simbolo dal Pd nazionale, ha costruito un’operazione civica larga, capace di intercettare anche pezzi moderati e amministratori provenienti da altre esperienze (come Forza Italia). Non è la classica spaccatura del centrodestra, ma il segnale di un’altra fragilità: quando i partiti non controllano più i territori, i territori si organizzano da soli. Il copione si ripete pure a Bronte, dove il sindaco uscente Pino Firrarello punta sul genero Giuseppe Castiglione, deputato alla Camera, ma senza riuscire a tenere compatta la coalizione: dall’altra parte c’è infatti Giovanna Caruso, anche lei riconducibile al perimetro del centrodestra. Dinastie, civiche, vecchie appartenenze, nuove convenienze: tutto si tiene, tranne la coalizione.
In mezzo a questo disordine, Schifani ha scelto la linea del basso profilo. Probabilmente per necessità. Dove avrebbe dovuto andare? Ogni fotografia avrebbe certificato una rottura. E così il governatore ha preferito rimanersene a Palermo, per cantare le imprese del suo governo sui conti pubblici e sull’iter dei termovalorizzatori; mentre i suoi alleati si misurano tra loro. È una neutralità obbligata, che alimenta il gelo. Perché un presidente che punta al bis dovrebbe presentarsi come il federatore naturale del centrodestra. Invece appare come il garante temporaneo di una maggioranza che regge finché non deve scegliere un candidato sindaco.
Le Amministrative non stanno dicendo che il centrodestra perderà ovunque. Anzi, in molti Comuni i suoi pezzi, sommati o separati, restano competitivi. E probabilmente troveranno il modo di inciuciare negli eventuali ballottaggi. Stanno dicendo però che la coalizione è diventata una somma di interessi locali, non più un progetto politico. E mentre il presidente immagina la strada verso il secondo mandato, i suoi alleati hanno già iniziato a misurare quanto costa accompagnarlo. O quanto conviene lasciarlo solo.



