In Sicilia si può fare il presidente della Regione e avere bisogno di un commissario per mettere d’accordo il proprio partito. Si può guidare l’opposizione e aspettare che Roma decida chi debba comandare. Si può assumere il controllo di una formazione politica, per archiviare la stagione dei lunghi coltelli, e nel frattempo fare da stampella a un vecchio rivale. Fratelli d’Italia ha Luca Sbardella, Forza Italia Nino Minardo, il Pd cerca una sistemazione dopo le dimissioni di Anthony Barbagallo. Due commissari e un direttorio in gestazione. I tre maggiori partiti nazionali, che in Sicilia dovrebbero selezionare la classe dirigente e indicare una prospettiva, hanno bisogno di una guida nominata dall’alto o di una mediazione esterna. Le decisioni passano tutte da Roma.
Sbardella è arrivato nel marzo 2025, prendendo il posto della doppia regia di Gianpiero Cannella e Salvo Pogliese. Romano, eletto in Lombardia, spedito a sistemare la destra siciliana. La scelta conteneva già un giudizio sulla capacità dei dirigenti locali di trovare un equilibrio. Da allora il commissario ha allargato il proprio raggio d’azione: alla Camera ha aderito alla componente di Sud chiama Nord insieme a Francesco Gallo e Manlio Messina, fornendo un aiuto parlamentare al movimento di Cateno De Luca.
Forza Italia ha scelto Minardo dopo l’uscita di Marcello Caruso. Tajani ha accolto le dimissioni del coordinatore (troppo schiacciato su Schifani, secondo i ‘murati vivi’) e affidato a un commissario il compito di ricomporre il partito del presidente della Regione. Qui il paradosso è evidente: Schifani ha Palazzo d’Orléans, la visibilità e gli strumenti del governo, ma non è riuscito a costruire un’autorità riconosciuta dentro casa propria. Anzi, è proprio la gestione militaresca di Forza Italia ad aver indotto i vertici per un cambio di rotta (anche se Caruso, uscito dalla porta, è rientrato dalla finestra e oggi guida l’assessorato alla Salute).
Nel Pd il percorso è diverso, l’approdo rischia di somigliare parecchio. Barbagallo ha rimesso il mandato alla segreteria nazionale dopo una guerra congressuale combattuta fra organismi di garanzia e tribunale. Adesso si ragiona su un direttorio, forse coordinato da Peppe Provenzano. La formula e i nomi sono ancora da definire: il commissariamento, formalmente, non c’è. C’è però un partito che vuole candidarsi alla guida della Sicilia e aspetta da Roma una soluzione per riuscire a stare insieme (l’incaricato è l’angelo custode di Schlein, tale Igor Taruffi).
Sono vicende che raccontano una debolezza comune. In Sicilia abbondano i ‘trombati’, i capicorrente e i proprietari di piccoli eserciti elettorali. Faticano a emergere, invece, figure capaci di assumere una decisione e farla riconoscere anche a chi avrebbe preferito altro. Il commissario dovrebbe preparare il ritorno alla normalità. Ma anche in questo caso la Sicilia è un’eccezione e nulla è più definitivo del provvisorio.
Fuori dalle segreterie, del resto, non mancano altri esempi. Schifani ha raccolto in questi anni un consistente portafoglio di poteri commissariali. Dall’ottobre 2023 è commissario per il coordinamento degli interventi di adeguamento e riqualificazione dell’autostrada Palermo-Catania. Dal febbraio 2024 lo è per il completamento della rete impiantistica dei rifiuti, termovalorizzatori compresi. È commissario di governo contro il dissesto idrogeologico. Nel gennaio 2026 si è aggiunta la delega per l’emergenza maltempo.
Quattro ambiti, ciascuno con opere, procedure e responsabilità differenti. Sull’A19 bisogna coordinare gli interventi e recuperare ritardi diventati parte del viaggio. Sui rifiuti il mandato comprende la pianificazione e la realizzazione degli impianti: per i termovalorizzatori di Palermo e Catania sono disponibili 800 milioni. A marzo l’incarico è stato prorogato di altri tre anni; a ottobre è arrivato il parere favorevole, con prescrizioni, della Commissione tecnica specialistica. Ma anche l’amministrazione straordinaria conosce le attese e, soprattutto, le proroghe.
A volte, però, al presidente-commissario serve un altro commissario. Per i dissalatori di Gela, Trapani e Porto Empedocle, Schifani chiese l’intervento di Nicola Dell’Acqua, allora responsabile nazionale contro la scarsità idrica. La spiegazione la diede lui stesso nel settembre 2024: Dell’Acqua aveva poteri di deroga attribuiti dalla legge, più ampi di quelli concessi al governatore attraverso un’ordinanza di Protezione civile. I fondi erano stati individuati, ma con le procedure ordinarie si rischiava di arrivare tardi. Dell’Acqua ha lasciato l’incarico a fine 2025; nell’aprile successivo è subentrato Fabio Ciciliano.
Sulla diga Trinità il racconto si fa ancora più istruttivo. Nel gennaio 2025 il ministero delle Infrastrutture dispose lo svuotamento dell’invaso di Castelvetrano per ragioni di sicurezza, con conseguenze sull’approvvigionamento delle campagne. Il dipartimento regionale Acqua e rifiuti, secondo la stessa Presidenza, aveva accumulato ritardi, omesso comunicazioni e lasciato senza seguito gli adempimenti richiesti. A febbraio Schifani affidò quindi l’emergenza a Salvo Cocina, capo della Protezione civile regionale, nominato commissario ad acta. Per sbloccare i propri uffici, la Regione aveva dovuto commissariare se stessa.
Poi c’è la depurazione. Ad aprile 2026 la giunta ha approvato lo schema per delegare alla struttura nazionale guidata da Fabio Fatuzzo trenta progetti Fsc, per complessivi 350 milioni. L’obiettivo dichiarato è accelerare le opere e contribuire al superamento delle infrazioni europee. Anche qui, per far funzionare servizi essenziali, si trasferiscono compiti e responsabilità a un’amministrazione straordinaria.
Sono strumenti che possono servire, e in certi casi hanno consentito di superare ostacoli concreti. Ma una gestione commissariale dovrebbe lasciare dietro di sé uffici capaci di lavorare, procedure praticabili, responsabilità chiare. Se alla scadenza serve soltanto un rinnovo, qualcosa continua a non funzionare.


