C’è una frase che torna sempre quando scoppia uno scandalo.
“Si tratta di casi isolati.”
In Sicilia, però, i casi isolati hanno una strana caratteristica: si ripetono con una puntualità quasi scientifica.
Cambiano i nomi, cambiano gli enti, cambiano i protagonisti. Ma il copione resta identico.
Un incarico qui. Un’assunzione lì. Una nomina che non convince. Un ente pubblico che smette di servire i cittadini e comincia a servire la politica. Poi arrivano le polemiche. Talvolta le inchieste. Talvolta le intercettazioni. E infine la fase più importante: quella in cui non succede assolutamente nulla.
Nessuno si dimette.
Nessuno viene rimosso.
Nessuno si assume una responsabilità politica.
È il miracolo siciliano del centrodestra: gli scandali passano, le poltrone restano.
La vicenda del Cefpas non racconta soltanto ciò che dovranno accertare magistrati e tribunali. Racconta soprattutto un clima. Un’idea del potere. Un’abitudine consolidata.
L’idea che la cosa pubblica sia una cosa propria.
Che gli enti siano territori da presidiare.
Che le nomine siano strumenti di consenso.
Che il merito sia un fastidioso dettaglio burocratico.
E sopra tutto questo c’è il grande silenzio dei garanti.
Giorgia Meloni.
Matteo Salvini.
Antonio Tajani.
I leader che ogni giorno impartiscono lezioni di legalità all’universo mondo.
I campioni della severità selettiva.
In Sicilia non vedono, non sentono, non parlano.
Perché la Sicilia è troppo importante.
È una riserva elettorale strategica. Un serbatoio di voti. Un fortino da difendere.
E quando si tratta di difendere il fortino, la coerenza diventa un lusso.
Così Schifani continua a governare come se nulla fosse. Fischiettando. Con l’aria di chi passa casualmente davanti alle macerie senza avere alcuna responsabilità sulla demolizione.
Eppure gli scandali si accumulano.
Le polemiche si accumulano.
Le nomine contestate si accumulano.
Le inchieste si accumulano.
Ma il sistema resta immobile.
Anzi, qualche volta si supera.
Perché in Sicilia non solo nessuno paga. Talvolta si viene persino premiati.
L’assessore Albano ne è l’esempio più emblematico: allontanata dopo uno scandalo, poi riportata nello stesso assessorato da cui era partita la vicenda. Come se nulla fosse accaduto. Come se il problema non fosse ciò che era successo, ma il fatto che qualcuno ne avesse parlato.
È una concezione feudale del potere.
Non conta ciò che fai.
Conta a chi appartieni.
Non conta il risultato.
Conta la fedeltà.
Non conta l’interesse pubblico.
Conta la conservazione del consenso.
E allora forse il problema non è più il singolo scandalo.
Il problema è un sistema che produce scandali e contemporaneamente produce impunità politica.
Un sistema che sopravvive a tutto perché chi dovrebbe controllarlo ne trae vantaggio.
Per questo Schifani non è un incidente.
È il prodotto di un modello.
E Meloni, Salvini e Tajani non sono spettatori distratti.
Sono gli azionisti di maggioranza di quel modello.
Lo coprono. Lo difendono. Lo tollerano.
Perché i voti ottenuti contano più delle domande che quei voti dovrebbero suscitare.
Ma una democrazia smette di funzionare quando la gestione del potere diventa più importante della qualità del governo.
E una Regione smette di crescere quando gli enti pubblici vengono considerati strumenti di consenso anziché strumenti di sviluppo.
La Sicilia merita molto di più di questo.
Merita istituzioni che servano i cittadini, non le correnti.
Merita merito invece di appartenenza.
Merita trasparenza invece di protezione reciproca.
Merita, soprattutto, una classe dirigente che quando esplode uno scandalo non fischietti guardando altrove. Perché dopo un po’, più che il silenzio, diventa complicità.