Le nostre reti idriche perdono mediamente il 42 per cento dell’acqua che trasportano. In Sicilia questa condizione paradossale si aggrava perché, a fronte dell’emergenza siccità e delle ondate di calore che reclamano più acqua per l’agricoltura e gli usi civili, se ne perde oltre la metà. A Siracusa si va persino oltre questo dato già drammatico, con una dispersione che raggiunge i due terzi dell’acqua.
Paradossale come il paiolo bucato nella lettura freudiana. Un’incomprensibile e durevole inefficienza proprio in un settore prezioso come quello idrico, che secondo alcuni soloni, o meglio tromboni, della politica locale va attribuita prevalentemente al cambiamento climatico.
È vero che le estati sono diventate più torride e che la siccità, l’anno scorso, ha quasi prosciugato gli invasi, mentre quest’anno le piogge copiose li hanno fortunatamente riempiti. Resta però il fatto che dell’acqua, bene prezioso, così difficile da ottenere e così avventatamente utilizzato, tra sprechi e manomissioni delle condutture, si parla troppo poco.
La politica rifugge dal misurarsi con le cose difficili. Ama la retorica delle buone intenzioni. Predilige la laudatio di sé stessa, a presunti fini elettorali. Così si compiace di avere realizzato alcune opere urgenti per conservare meglio l’acqua piovana, ma tace sullo spreco enorme e inammissibile che riguarda le reti colabrodo di tutte le province.
Solo Trapani esibisce “appena” poco più del 17 per cento di perdite, mentre Palermo e Catania superano la metà. Il dato regionale, superiore al 50 per cento, colloca la Sicilia fra le peggiori regioni d’Italia, insieme a Basilicata, Abruzzo e Sardegna.
Una disfatta ingloriosa che riguarda, certo, l’intero Paese. Si salvano relativamente Lombardia, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta, pur registrando una grave perdita pari a circa un terzo dell’acqua immessa nelle reti.
Questi dati sono tratti da un’elaborazione compiuta dall’Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre, la Cgia, che ormai ha sviluppato un centro studi molto competente.
Le cause delle perdite sono da ascrivere innanzitutto all’obsolescenza delle reti e al loro mancato ripristino, con ampie carenze nella manutenzione e nell’ammodernamento. Ma pesano anche l’invecchiamento tecnologico dei contatori, spesso manomessi, e gli allacci abusivi.
Anche in Sicilia, dunque, all’inefficienza amministrativa si aggiungono vistose carenze tecniche; alle dispersioni provocate da condotte malandate si sommano i furti, soprattutto in agricoltura.
In tutta Italia si perdono ogni anno quasi quattro miliardi di metri cubi di acqua preziosa sui nove immessi in rete. In base al prezzo medio per unità di misura, si stima che il costo economico raggiunga i dieci miliardi. La Sicilia ne perde un decimo, cioè un miliardo di euro.
Altro che cambiamento climatico. Qui siamo di fronte a una sciagura riconducibile a incuria, indifferenza e cialtroneria. Quando non a corruzione e omertà.
Se invece di perdere il proprio tempo inseguendo fantasmi illusori e litigando per i posticini nelle disastrate aziende pubbliche si provasse ad amministrare con competenza e serietà professionale, forse ci si renderebbe conto di quanto sia inaccettabile la situazione attuale.
Moriamo di caldo e di sete. L’agricoltura boccheggia, il reddito cala, la qualità della vita degrada. E noi sprechiamo tanta acqua.
Non si può accettare questa infamia, che smentisce le premesse dell’autonomia e dell’autogoverno, facendo rivoltare nella tomba Sturzo e tutti i padri costituenti.
Sarebbe ora di chinarsi sulle realtà effettive e prendersi cura dell’ambiente e dei veri bisogni dei cittadini. Altrimenti non si fermeranno il disonore e il disgusto che minacciano di travolgere le nostre istituzioni.


