Una politica da cortile. Questo il giudizio durissimo di Saverio Romano sulla politica regionale. Provenendo non da un avventizio o dilettante, ma da un navigato professionista forse non è lontano dal vero. Comunque, segna un punto di ulteriore disdoro in una storia già fortemente degradata. Fatta di incomprensioni, di liti, di risentimenti e di minacce. Che nel caso di specie hanno portato ad una esclusione del piccolo partito dei Moderati da una riunione per registrare la maggioranza e si suppone rilanciare l’azione del governo. Che stenta parecchio e sembra avere imboccato una strada in discesa. A meno che non riesca appunto a ricomporre un quadro politico agitato che reclama garanzie non solo di pari dignità ma di distribuzione di risorse che sembrano essere state trovate ma di cui si chiede a gran voce una equa, preventiva divisione. Secondo la logica spartitoria che è propria dei governi di coalizione. E che ormai sembra dimenticare i valori di equità, disinteresse, bene comune che scompaiono dall’orizzonte del dibattito quotidiano.

Si tratta sempre di più di posti, benefici e favori utili a riconquistare consenso, a mantenere il seggio, a ottenere un rinnovo. E qui sembra cascare l’asino, uno dei protagonisti del cortile evocato da Romano. Perché se si fa riferimento ad una regola che comporterebbe un mandato decennale per realizzare un vasto programma, quella regola è già stata violata e proprio nell’ultima legislatura. Che ha visto accantonare un presidente divenuto Ministro, dopo il primo mandato. E valori come l’interesse pubblico tendono ad essere rinviati a un domani incerto. “Democracia discutidora”.

Prevale spesso la zuffa che rinvia piuttosto che ad Orwell alla nota canzoncina per bambini che riguarda la Vecchia Fattoria. Che faceva rima con lo zio Tobia ma che Adornato intonava ogni volta che entrava in aula a Montecitorio una giovane nipote di un noto avvocato socialista poi divenuta ministra di Renzi.

Ecco, nella vecchia fattoria ci sono molti maiali; moltissimi asinelli; tante oche che starnazzano in favore dei potenti pro tempore e si allontanano al primo inciampo. Eppure, tutti gli animali evocati possono riassumersi in politica nella gallina che secondo un vecchio detto popolare più cammina e più si “arricampa con la Vozza china”. E si può fare riferimento alla lunga marcia di quei deputati che sono invecchiati razzolando e spazzolando fino al limite in cui la politica si muta in reato.

Questo limite sembra ormai troppo spesso raggiunto. Ancora una volta dopo gli anni di fine secolo. In modo diverso, forse più mediocre e piccino. Per la stessa necessità. Quella di durare ad ogni costo. Di non lasciarci le penne. Di tirare a campare come disse un cinico ma saggio politico delle Repubblica.

Lo scherzo si muta in preoccupazione guardando all’iniziativa della Procura di Gela. Che per la prima volta, se non si va errati, ha iscritto nel registro degli indagati gli ultimi quattro presidenti della Regione. Quelli che dal 2010 al 2025 hanno guidato la Sicilia: per la frana di Niscemi. Fermo restando che un’iscrizione tra gli indagati non implica affatto un giudizio di colpevolezza, e per disastro colposo poi, resta lo sconcerto per il fatto. Ed il fatto è che dalla prima frana di Niscemi del 1997 sono passati ventinove anni senza che sia stato fatto nulla di quanto suggerito dai tecnici di allora e di oggi. E nel frattempo la frana ha lavorato. Divenendo l’emblema della crisi e forse del fallimento dell’autonomia. A questo porta infatti la politica da cortile. Ed è con dolore che lo diciamo. Sperando di essere smentiti. Non dalle chiacchere elettorali ma dai fatti.