Dopo il Sicilia Express, quel vagone travestito da politica industriale che certifica il fallimento della destra sul caro voli e sull’emigrazione, adesso arriva il secondo atto della resa. Più elegante, più burocratico, ma sempre resa è: la Regione Siciliana ha deciso che, non sapendo come creare impresa, lavoro e sviluppo in Sicilia, la cosa migliore sia finanziare le imprese degli altri. Purché facciano lavorare i siciliani da casa.

È un piccolo capolavoro di autodenigrazione istituzionale. Invece di attrarre aziende in Sicilia, si pagano aziende del Nord, perfino straniere, perché assumano siciliani in smart working. Non per aprire stabilimenti, non per investire sul territorio, non per costruire filiere, competenze, innovazione, futuro. No. Basta che il lavoratore resti fisicamente sull’isola, magari davanti al tavolo della cucina, con il pc acceso e il contratto firmato altrove.

La filosofia è chiarissima: la Sicilia non deve più produrre lavoro, deve solo ospitare lavoratori. Una specie di bed and breakfast della forza lavoro. Tu resta qui, spendi qui, fai la spesa qui, paga l’affitto qui. Però l’impresa cresce altrove, il valore si accumula altrove, il radicamento produttivo nasce altrove. E noi, generosamente, ci mettiamo pure i soldi.

Cinquantaquattro milioni di euro fino al 2028. Soldi pubblici siciliani. Non per rafforzare le imprese siciliane, ma per incentivare quelle che siciliane non sono. Trenta mila euro per ogni assunto a tempo indeterminato, se assunto da fuori. Il messaggio, più che politico, è quasi terapeutico: cari imprenditori siciliani, arrangiatevi. Cari giovani siciliani, potete pure restare, ma per lavorare davvero dovete continuare a dipendere da qualcun altro.

Attenzione: non è nemmeno una misura totalmente sbagliata. Il south working intercetta un cambiamento reale, può aiutare a trattenere competenze, a evitare partenze obbligate, a tenere insieme lavoro e vita. Ma qui sta il punto: può essere una delle leve, non può diventare la leva principale, così come il Sicilia Express può diventare una piccola variante, anche un po’ folkloristica, non la soluzione ai problemi. E soprattutto dovrebbe avere una direzione chiara, accompagnare nel tempo la nascita in Sicilia di pezzi veri di quelle aziende, reparti, funzioni, attività produttive, soprattutto nei settori che non hanno bisogno di grandi infrastrutture fisiche, dall’informatica al gestionale. E invece nelle politiche del governo di tutto questo non vi è traccia.

Perché il punto, alla fine, è uno solo: il lavoro va creato nel Mezzogiorno, non attraverso la distribuzione di risorse con metodi clientelari, senza programmazione e senza una missione, ma superando una logica che ha semplicemente trasferito l’assistenzialismo dai lavoratori precari della pubblica amministrazione di un tempo a un certo sistema imprenditoriale ascaro e senza futuro.

Così com’è, invece, questa misura racconta un’altra storia. Una storia più comoda, ma anche più rinunciataria. Una storia in cui si accetta che il valore si produca altrove e qui resti solo il consumo. Il massimo impatto atteso è che il lavoratore paghi affitto e spesa in Sicilia, mentre le risorse pubbliche finanziano imprese che altrove crescono, investono, decidono.

Restare senza restare. È questo il paradosso.

Si vive al Sud, ma si lavora per il Nord. Si resta fisicamente, ma economicamente si continua a dipendere da fuori. Una presenza a metà, che rischia di diventare strutturale se non viene accompagnata da politiche vere: sostegno alle imprese locali, attrazione di investimenti, infrastrutture, università connesse al sistema produttivo.

Non è un tema da tifoseria. Il punto è capire che non basta. E purtroppo i governi Meloni e Schifani, con le loro politiche per il Sud, basta pensare alla cancellazione della decontribuzione per chi investe, si accontentano e fortificano la cultura rinunciataria e rassegnata.

Perché le nuove generazioni non chiedono di essere parcheggiate in Sicilia mentre il lavoro vero vive altrove. Chiedono opportunità, impresa, sviluppo, autonomia. Chiedono di poter restare perché conviene, non perché è tollerato.

Ma per fare questo servirebbe una classe dirigente che creda nella Sicilia come luogo dove costruire futuro. Qui invece siamo al governo della resa: dopo il Sicilia Express, il Sicilia Remote. Sempre con la stessa idea di fondo: i giovani non si trattengono creando occasioni, si consolano organizzando meglio la loro dipendenza.