La Sicilia è un posto in cui lo spreco ama travestirsi. A volte si presenta in forma grottesca, quasi caricaturale: l’affettatrice da 4.900 euro, il forno industriale da 13 mila, la granitiera da 2.130, i pozzetti congelatori, le teste di moro, i portachiavi d’argento. Ismaele La Vardera li ha messi in fila all’Ars e sui social, parlando di “spese pazze” della corte Schifani e sostenendo che la somma delle voci contestate superi i 300 mila euro. Dal dipartimento Cerimoniale hanno replicato che non si tratterebbe di capricci del presidente ma di spese per mensa, bar e dotazioni comuni di Palazzo d’Orléans, usate da circa 200 dipendenti e giustificate da esigenze funzionali o normative.

Ed è probabile che, presa una per una, ogni voce abbia la sua giustificazione, il suo timbro, il suo parere, la sua causale impeccabile. Il punto però non è la granita, ma il metodo. L’idea di potere che si porta dietro quel catalogo di spese: una Regione che continua a considerare normale vivere in una zona grigia in cui tutto è formalmente motivato e niente sembra mai davvero fuori posto.

Non è una novità. Basta spostarsi di qualche centinaio di metri, da Palazzo d’Orléans a Palazzo dei Normanni, per capire che il problema non sono i dettagli folkloristici ma la struttura che li rende possibili. In tre anni, secondo un’analisi diffusa dal deputato M5S Adriano Varrica, la presidenza dell’Ars guidata da Gaetano Galvagno ha erogato 7,8 milioni di euro a circa 2.700 tra associazioni, Comuni, parrocchie e scuole: il triplo dei contributi distribuiti nello stesso arco temporale della scorsa legislatura. Il 67,8% è andato ad associazioni e altri enti no profit, il 19,5% a enti locali, l’11,4% a parrocchie e istituti religiosi, appena l’1,5% a scuole e università. E nella geografia della generosità qualche dettaglio salta agli occhi: Catanese e Ragusano, con il 29% della popolazione, hanno assorbito oltre il 40% delle risorse; Paternò, città di Galvagno, ha incassato 268.700 euro, più di cinque volte Trapani e quasi sette volte Caltanissetta.

Quel sistema di contributi a pioggia – molti episodi simili si sono presentati anche in aula, durante la discussione delle ultime Legge di Stabilità: si chiamano mance… – consolida l’idea più antica e più tossica della politica siciliana: i soldi non arrivano attraverso criteri, bandi, priorità pubbliche, ma attraverso il canale giusto e l’intercessione di un santo in paradiso. E così l’Ars smette di essere il luogo in cui si discutono interessi generali e torna a essere lo sportello bancomat di pochi privilegiati.

Ma proprio qui inciampa anche la retorica dei Cinque Stelle moralizzatori. Perché a denunciare oggi il sistema dei contributi discrezionali è lo stesso Movimento che, dentro il Consiglio di Presidenza dell’Ars, con Nuccio Di Paola vicepresidente vicario, non può fare la parte di chi cade dal pero. Di Paola non era un osservatore esterno, né un commentatore indignato della domenica: sedeva nel luogo in cui molte scelte prendevano forma, venivano autorizzate o comunque attraversavano il filtro politico-istituzionale della Presidenza. Eppure, finché Galvagno distribuiva favori, costruiva cerchie e allargava la zona grigia del potere, dai custodi della moralità grillina non si è levato tutto questo fracasso.

Il paradosso è che questa macchina costosissima produce pochissimo. Accursio Sabella su La Sicilia l’ha fotografata con una crudezza che basta da sola: nel 2026, fino ai primi di aprile, l’Ars aveva approvato due leggi e due “leggine”, in un’aula spesso semideserta. Il costo, però, resta enorme: 133 milioni di trasferimenti regionali per il funzionamento nel 2026, oltre 260 milioni di spesa complessiva, con una forbice che comunque consegna l’idea di un Parlamento tra i più cari e meno produttivi.

È qui che le “spese minori” trovano il loro significato politico. Solo pochi giorni fa, La Sicilia ha ricostruito un piano da 600 mila euro in tre anni, 200 mila l’anno dal 2026 al 2028, per diffondere su media, social, cartellonistica e tavoli tematici i risultati del programma e migliorare la reputazione dell’azione di governo. E parallelamente è emerso anche un piano di comunicazione Rai da quasi 4 milioni nel biennio 2026-2027, tra Capodanni, show, radio e promozione turistica. Somma tutto, ed esce un modello di governo che investe molto nel racconto di sé e moltissimo sulle pubbliche relazioni. La spesa minuta serve a nutrire il contorno, la spesa discrezionale a presidiare il consenso, quella legata alla comunicazione per lucidare la vetrina.

Adesso, però, arriva il bersaglio grosso. La giunta, infatti, ha certificato un avanzo presunto disponibile di circa 5,2 miliardi di euro al 31 dicembre 2025, comprensivo dei 2,3 miliardi già accertati nel 2024; con gli 1,85 miliardi certificati dalla variazione di bilancio, la Regione parla ormai apertamente di un risultato di amministrazione superiore ai 7 miliardi. Schifani lo ha presentato come la prova di conti “sempre più in ordine” e come una dote da usare presto per investimenti e sviluppo.

Ed è qui che bisogna smettere di sorridere per l’affettatrice e cominciare a preoccuparsi sul serio. Perché sette miliardi, in una Regione che ha mostrato per anni di saper spendere male e tardi, sono una tentazione gigantesca. Non a caso Schifani ha già richiamato a raccolta i capigruppo di maggioranza dopo l’ennesima seduta a vuoto dell’Ars, per rimettere in riga la coalizione e condividere le prossime dinamiche. Ufficialmente si parla di ristabilire l’agenda parlamentare, ma è già partita la gara a posizionarsi attorno al tesoro.

Perché la domanda non è se questi soldi verranno spesi. Ma come e da chi saranno orientati. Se finiranno in opere davvero strategiche, in infrastrutture che servono, in servizi che mancano. Oppure se verranno frantumati nella solita liturgia siciliana del favore, del contentino territoriale, del micro-finanziamento, della mancia ben confezionata. Così finiscono i soldi della Sicilia: in una somma infinita di spese giustificabili, contributi discrezionali, apparati da mantenere, cerimoniali da nutrire. Il problema non è la singola voce. È l’ecosistema. E se questo è il clima con cui la politica siciliana si avvicina a un avanzo da oltre 7 miliardi, allora più che una buona notizia contabile sembra l’apertura ufficiale della caccia.