Ha infinocchiato Silvio Berlusconi, ha turlupinato Gianfranco Micciché, ha illuso Raffaele Lombardo, ha incantato Nello Musumeci, ha stregato Renato Schifani. Per trent’anni l’Innominato ha macinato piccioli e privilegi con la convinzione di essere il più furbo di tutti; di essere lui il marchese del Grillo mentre gli altri erano solo portatori d’acqua, contorni necessari per la sua vanità e il suo potere. Ieri, quando è stato costretto a difendersi, davanti a un magistrato, dall’accusa di essere un tangentaro, ha recitato lo stesso copione. “Io son io e voi non siete un cazzo”. Ed ha esibito il suo volto arrogante, irridente, beffardo. La stessa faccia con la quale, fino a poco tempo fa, intimoriva chiunque osasse contrastare la sua spocchia: gli ricordava di avere la moglie ai piani alti della giustizia – “lì dove si puote” – e di essere perciò un intoccabile.