Succedeva a Natale. Lo chiamavo per gli auguri e lui, Carmelo Mascalucia, mio compagno di scuola, mi ripeteva la litania della nostra epopea. Un’epopea della miseria. Mi ricordava che eravamo nati lì, in quel pizzo di montagna dimenticata da Dio e dagli uomini; che avevamo conosciuto la cosiddetta civiltà contadina, fatta di aria fresca ma anche di sale e cipolla; che i nostri padri si erano tolti il pane dalla bocca per farci studiare e toglierci da quelle zolle di miseria. E succedeva pure a Pasqua, a Ferragosto e tutte le volte che in questi ultimi anni ci sentivamo per gli auguri o per il semplice piacere di sentirci… L’articolo completo su ilfoglio.it