Germanà non poteva dire una cosa diversa. Quando il segretario regionale della Lega definisce il governo Schifani «il migliore degli ultimi 50 anni», più che un giudizio sulla Sicilia sembra una dichiarazione di riconoscenza. Il Carroccio, in questi anni, ha ottenuto dal presidente della Regione molto più di quanto i suoi numeri avrebbero lasciato immaginare. Cioè la possibilità di stare dentro ogni partita che contava e quasi mai l’obbligo di rispondere dei risultati. È per questo che, nella stagione in cui il centrodestra si divide alle amministrative, si logora all’Ars e comincia a ragionare sul dopo, la Lega resta la più schifaniana di tutti.

Schifani, per il partito di Salvini, è stato finora il garante di un equilibrio generoso, a tratti generosissimo, nel quale il Carroccio ha potuto incassare senza essere quasi mai chiamato al conto. Il primo capitolo è il Ponte sullo Stretto, cioè la grande bandiera del ministro dei Trasporti. Un miliardo e trecento milioni di fondi Fsc destinati all’Isola sono stati messi al servizio dell’opera simbolo del leader leghista, trasformando una quota importante della programmazione regionale in carburante per la sua narrazione. Che poi il Ponte sia ancora una promessa, un cantiere solo annunciato, un’opera sospesa, è quasi secondario. La sostanza politica è che la Sicilia ha messo i soldi e Salvini ha messo il cappello.

Il secondo capitolo risponde al nome di Luca Sammartino. Il garantismo è una cosa seria, ma la politica non finisce davanti alla porta del tribunale, soprattutto quando un leader di partito, già vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura, viene sospeso dalle funzioni pubbliche, si dimette dagli incarichi di governo e finisce a processo per due presunti episodi di corruzione. In qualunque sistema politico normale, una vicenda del genere avrebbe imposto una cesura netta. In Sicilia, invece, Sammartino è rimasto un perno. Anzi, è rientrato dal portone principale, accolto da un tappeto rosso.

Schifani non ha preteso dalla Lega una discontinuità, né ha trasformato il caso giudiziario in un problema politico. E quando si è aperta l’ipotesi di escludere Elvira Amata, anche lei a processo per corruzione, la maggioranza ha preferito usare la sponda dei patrioti per seppellire ancora una volta la questione morale. La revoca dell’assessora al Turismo sarebbe stata un precedente troppo ingombrante per non applicare la stessa modalità di trattamento al rampollo etneo, quarantenne già potentissimo.

Dentro questa stessa geografia va letta la Sanità. L’assessorato più pesante della Regione, quello che muove la quota più imponente del bilancio, è diventato uno dei luoghi in cui la trama politica si è vista meglio. Daniela Faraoni è arrivata alla guida dell’assessorato dopo l’uscita di Giovanna Volo e attorno alla sua nomina si è subito costruita una lettura precisa: i rapporti con l’area Sammartino, il figlio Leonardo Burgio sindaco di Serradifalco e commissario provinciale della Lega a Caltanissetta. In un settore già piegato da liste d’attesa, nomine, e dossier sempre aperti, il Carroccio ha continuato a muoversi dentro un perimetro di influenza senza mai caricarsi per intero il peso politico dei risultati.

Poi c’è la vicenda dell’Autorità portuale della Sicilia occidentale, forse la fotografia più nitida dei rapporti di forza tra Palermo e Roma. Salvini nomina Annalisa Tardino commissario straordinario, Schifani reagisce, Palazzo d’Orléans prepara la battaglia davanti al Tar, poi rinuncia alla sospensiva. Prima la prova muscolare, poi il ripiegamento. Alla fine Tardino, che era già stata europarlamentare per una legislatura, oltre ad aver rivestito per un periodo l’incarico di segretaria regionale del partito, è riuscita a spuntarla e, dopo aver ricevuto le congratulazioni per l’impegno, è stata nominata presidente. Al posto di Pasqualino Monti.

Nemmeno Mimmo Turano ha mai rappresentato un vero limite alla pazienza del presidente. A Trapani, nel 2023, il suo mondo politico ha contribuito alla vittoria di Giacomo Tranchida, sindaco uscente sostenuto dal centrosinistra, contro il candidato del centrodestra Maurizio Miceli. Fu uno strappo clamoroso, con Fratelli d’Italia furibonda e la coalizione spaccata nel territorio. In altri tempi, o con altri partiti, sarebbe bastato per aprire un caso politico serio. Invece Turano è rimasto al suo posto, assessore all’Istruzione del governo Schifani, come se nulla fosse davvero accaduto.

Ecco perché l’intervista di Germanà non va letta come una bizzarria, ma come un documento politico. Mai un partito ha ottenuto un rendimento così alto rispetto al proprio peso. Mai il Carroccio, nato per insultare il Sud e riciclato in Sicilia come forza di governo, era riuscito a trasformare la Regione in una piattaforma tanto utile alla propria sopravvivenza. Per questo gli ultimi fedeli del governatore sono loro. Non i più convinti, ma i più riconoscenti. Gli altri partiti discutono, sgomitano, preparano alternative, si dividono nei Comuni e si misurano già con il dopo. La Lega, invece, resta lì, a difendere il fortino. Non perché dentro ci sia il futuro della Sicilia, ma perché dentro ci sono ancora le chiavi della dispensa.