Non ce la vedo Giorgia Meloni che implora qualcuno per una foto. Eppure Donald Trump ha raccontato questa storiella ai microfoni della 7 Per trasformare un incontro istituzionale in una storia di suppliche e imbarazzo. Perché? A chi serviva?
Forse la risposta sta proprio nel carattere politico di Trump. Se sei dalla sua parte, ti esalta. Se mostri autonomia, ti ridimensiona. Se non fai quello che si aspetta, rischi di diventare il protagonista del suo prossimo sberleffo pubblico.
Prima era toccato al Papa, ora a Giorgia Meloni. Domani potrebbe essere chiunque altro. Il bersaglio cambia, il metodo resta lo stesso: colpire, deridere, delegittimare.
Cosa ha pagato Giorgia Meloni? Forse il fatto di non aver seguito fino in fondo la linea di Trump? Di aver difeso gli interessi italiani ed europei quando non coincidevano con quelli della Casa Bianca? Di non essersi comportata da semplice sostenitrice, ma da leader di un Paese alleato con una propria autonomia?
Chissà. Agli occhi di Trump, il rispetto vale solo finché coincide con l’obbedienza. E chi rivendica la propria indipendenza viene punito con la pubblica umiliazione.
Questo non è il linguaggio di una diplomazia matura. Assomiglia di più al comportamento di un miliardario che ha scambiato la casa bianca per la sua azienda e vede ogni alleato come un sottoposto.
La vicenda Meloni, quindi, va oltre Giorgia Meloni. Al suo posto poteva esserci tranquillamente l’amico di Trump, “Giuseppi” Conte o Elly Schlein. Questa storia ci racconta qualcosa del modo in cui Trump esercita il potere: attraverso la forza delle parole, l’intimidazione, il dileggio, la costruzione di una narrazione in cui lui vince sempre e gli altri vengono ridotti a comparse. O sei un fan o sei un nemico.
Per il tycoon americano l’amicizia non è un rapporto tra pari: è un copione in cui gli altri fanno la comparsa e lui , come Chaplin ne “Il grande dittatore”, gioca col mondo come fosse un palloncino.
E quindi è lecito chiedersi se questo sia davvero il comportamento che ci si aspetta dal presidente della più grande potenza occidentale. Perché la grandezza di uno statista non si misura dalla capacità di umiliare gli altri, ma da quella di rispettarli, soprattutto quando non gli danno ragione.



