Dopo la sconfitta alle Europee e la rottura con Gianfranco Miccichè, Saverio Romano è tornato in campo, quasi di prepotenza. Spinto dal desiderio di riaffermare alcuni valori andati persi – “la solidarietà e la sussidiarietà” –, di pungolare Musumeci, che “ci coinvolge poco”, e contrastare la metamorfosi dei grillini, che non hanno palesato alcuna difficoltà “a schierarsi con le forze di destra o di sinistra”. “La cosa positiva – spiega l’ex Ministro dell’Agricoltura del governo Berlusconi, e attuale leader del Cantiere Popolare – è che il Movimento 5 Stelle, da partito anti-sistema qual era, ha scelto di entrare nella logica di un sistema istituzionale, di rappresentare una forza politica ed elettorale capace di condividere percorsi e regole”.

Il filo conduttore è Giuseppe Conte. Rappresenta l’emblema di questa metamorfosi.

“Il premier ha acquisito una centralità post-dorotea. Non si era mai visto un presidente del Consiglio che passasse dalla destra alla sinistra mantenendo la guida del governo. Questa rivoluzione dei Cinque Stelle comincia con la votazione del presidente della Commissione europea e termina con la nomina di Gentiloni”.

Si fida del M5s al governo?

“No, è una disgrazia. Ma almeno potremo utilizzare il tempo che ci resta da qui alle prossime elezioni per avviare un percorso con chi ha voglia di crederci. Questo governo durerà a lungo”.

Il suo sembra disincanto…

“Manca un partito che occupi il centro in maniera identitaria e valoriale. Nelle premesse di qualche mese fa e nelle intenzioni di Silvio Berlusconi c’era la voglia di disegnare l’Altra Italia e io ho assecondato questa iniziativa. Ma da allora è calato il silenzio. Così sento il bisogno di mettere in moto un meccanismo aggregativo che riguardi quest’area centrale del nostro Paese, attraverso la definizione di un percorso valoriale ma anche programmatico. Uno dei temi più importanti è il sostegno alla piccola e media impresa. Riscoprire queste politiche non è un modo per issare una bandiera, ma per indicare una strada che i moderati devono percorrere stando insieme”.

A proposito di Berlusconi. La gestione della crisi da parte di Forza Italia non è sembrata molto coerente. Prima la richiesta al Capo dello Stato di fare un governo di centrodestra, poi le accuse a Salvini di aver consegnato il Paese alla sinistra, ora la richiesta di un nuovo tavolo con Lega e Fratelli d’Italia.

“Non mi sento di criticare Berlusconi perché quel partito vive un momento difficile. Dentro ci sono diversi modi di pensare. Mentre in passato Berlusconi ha sempre dato la linea e tutti l’hanno seguito, negli ultimi tempi c’è un alzare la voce, un tirare la giacca che non fa bene né a lui né a Forza Italia. Mi dispiace perché ho sempre riconosciuto a Berlusconi lungimiranza, e quel colpo d’ala che ha portato più volte il centrodestra a vincere le elezioni”.

L’opposizione si fa in piazza o in Parlamento?

“Siamo una democrazia parlamentare, e il governo negli ultimi sei anni – ma anche prima del ’94 – si è fatto in Parlamento. E non è vero che va al governo chi non è votato. La piazza che contesta le politiche di un esecutivo – anche se di quelle giallorosse non sappiamo nulla – mi sta bene. Ma se contesta il metodo parlamentare, io non condivido. Di recente ci sono passate anche Lega e Forza Italia, nel 2013”.

L’altro giorno, in una nota, ha sollevato una nuova questione meridionale. Il fatto di avere così tanti ministri del Sud nel Conte-bis, non basta a garantirle che il Mezzogiorno e la Sicilia troveranno spazio nell’agenda di governo?

“Spero che avvenga, ma temo che non avverrà. Spero di sì, perché la priorità è il futuro dei nostri figli e del Paese. I nostri figli e il Paese hanno bisogno del Mezzogiorno. Ma temo di no. Qui non si parla soltanto di infrastrutture e politiche del lavoro, temi triti e ritriti. Ma del fatto che non venga spesa una parola sulla crescita del Mezzogiorno e sul superamento del gap col resto del Paese. Fin quando il Sud non è competitivo – non lo è perché mancano infrastrutture sociali e industriali – rimarremo tagliati fuori dai principali circuiti economici”.

Ci fa un esempio pratico?

“I siciliani, come gran parte degli abitanti del Mezzogiorno, pagano in bolletta un contributo per le fonti rinnovabili e assimilabili. E’ un volume d’affari di 11 milioni. Da Acerra in su questi fondi servono a riequilibrare la tariffa per i servizi pubblici essenziali, come raccolta e smaltimento dei rifiuti. In Sicilia, in Campania e in Puglia servono a finanziare gli impianti eolici e fotovoltaici, che nel 90% dei casi appartengono a multinazionali. Questi soldi finiscono nel circuito nazionale. Non esiste una politica di compensazione. Le faccio un altro esempio…”.

Prego.

“Nel programma di governo non si parla dei siti industriali del Mezzogiorno che sono stati devastati: da Pozzuoli a Gela, passando per Brindisi. E ancora: perché un palermitano o un catanese che deve andare a Milano in aereo deve pagare 500 euro? O, se si sposta in treno, ci metterà tre volte tanto rispetto a un toscano o a un lombardo? La questione meridionale, però, non può essere soltanto rivendicazione economica, altrimenti qualcuno potrebbe obiettare che i soldi li abbiamo avuti e li abbiamo spesi male. Intervenga lo Stato, piuttosto. Noi non vogliamo soldi”.

Prima dell’estate – con la formazione del gruppo parlamentare di “Ora Sicilia” – all’Ars si era parlato di “mercato delle vacche”. Ora com’è il clima all’interno della coalizione di centrodestra?

“Sono stato io il primo a parlare di “mercato delle vacche”, denunciando subito un’attività che andava in questa direzione. Grazie alla mia denuncia e alla pausa estiva, le acque si sono calmate, ora non vorrei essere smentito. Questa politica di prendere i parlamentari e portarli da un lato all’altro è fallimentare: non avrebbe rafforzato la maggioranza, ma solo indebolito le politiche del governo. Io ho sempre sostenuto Musumeci e la sua azione politica quando in tanti lo hanno attaccato, dicendo che era lento a fare le cose. Ritenevo che bisognasse dare tempo al suo governo per cementarsi e portare a compimento i punti del programma”.

L’azione di governo, però, è rimasta lenta. Il sostegno è ancora incondizionato?

“Purtroppo Musumeci non ha brillato per il coinvolgimento delle forze politiche, e non ha mai promosso un incontro, se non con assessori e gruppi parlamentare. Ma Musumeci sa, e lo sa meglio di chiunque altro, che sono stati i partiti a fare le liste e ad eleggerlo. In Sicilia c’è ancora il voto di trascinamento e anche i non eletti, che hanno contribuito alla sua vittoria, vorrebbero dire la loro. Io più volte ho sollecitato Miccichè e Musumeci ad andare in questa direzione. Si rafforza il quadro della maggioranza serrando le fila di chi c’è già”.

Quindi la maggioranza non è coesa, ma scricchiola…

“Una maggioranza è tale se riesce a stare seduta attorno a un tavolo e valutare cosa si è rispettato del programma presentato agli elettori. Suggerisco nuovamente a Musumeci di farsi carico di un’iniziativa tendente a coinvolgere tutti i soggetti politici che hanno contribuito alla sua elezione e che, attraverso i parlamentari presenti in assemblea, stanno sostenendo il suo operato”.