Sabbenedica che significa quello che significa: il saluto, tutto di augurio, di cose tutte buone e tutte belle.

Dagli studi Rai di Venezia, da Palazzo Labia, ecco Lupus in fabula, il racconto del giorno fatto ogni giorno per arrivare a sera e trovare un libro sul comodino.

Palermo di chitarra e coltello di Giuseppe Sottile è il libro di oggi. Cresciuto all’Ora di Palermo e poi protagonista nel giornalismo televisivo e al Foglio, dove cura il fantastico inserto culturale del sabato, Sottile – che, per inciso, è anche il mio maestro – è sostanzialmente un battezzatore di cose, un maestro di scrittura come pochi, raffinatissimo cesellatore della parola.

Lontano dalla Sicilia da cartolina, Sottile la cui lingua diventa subito foto e immagine, trasfigura paesi su pizzi di montagna, trasfigura lavori nei campi, feste, funerali, le processioni e le serenate in un piacere assoluto ¬– quello della lettura – dove boss, gentuzza, passanti e gelsominaie sono raccontati senza effetti speciali e toni melodrammatici. Già questa frase, per esempio, già questa – carissime ascoltatrici e cari ascoltatori – non è già il sublime? “Nei brevi momenti in cui le malinconie si giravano dall’altro lato…”
Ecco, in quei brevi momenti, l’irruzione dell’eros, dell’inaspettato, della sublime letteratura.

Meglio una parola in meno che una parola in più.
È una letteratura tutta d’occhio quella di Sottile.
Racconta se stesso bambino, scolaro presso i salesiani di Pedara, e il passaggio alla pubertà si svela in una domanda al padre: “Pa’ ma i preti si maritano?”.

È il 1956 e siamo a Gangi. “il derelitto”, così scrive, “paese agricolo al confine di tre province – Palermo, Messina ed Enna”. Il piccolo Peppino è destinato a farsi prete con la speranza di tutta la famiglia che altrimenti non avrebbe avuto i soldi per farlo studiare. Il giovane arriva appunto a Pedara, accolto in un austero istituto salesiano.

Leggiamo: “Da lí ciascuno dei cinquantasette ragazzini, accolti da don Mizzi, avrebbe scritto la sua epopea. Un’epopea della miseria, certo. Ma pur sempre un’avventura che ci avrebbe tenuti lontani da quella maledetta zappa; e pure dagli aratri, dai muli, dalle cavezze, dalle stalle, dai pascoli, dal sole maligno, dalle trazzere, dallo stallatico, dal pane duro, dal nerofumo delle forge e – perché no – anche dal dolciastro odore di sapone e pietra allume che impregnava le sale da barba presenti ai quattro canti del paese”.

Fra tutti gli insegnanti, quello che cattura la sua attenzione è don Frattallone, che gli fa conoscere il «teatro dell’infinito» che è la musica.

Tornato a Gangi per le vacanze, rimane folgorato da Fiorina, la figlia adolescente del barbiere del paese e un bacio inatteso mette in crisi la sua vacillante vocazione.
Tra i due ragazzi nasce un gioco di sguardi e frasi lasciate a metà. Il barbiere Lapunzina, che oltre al mestiere suonava anche la tromba, sogna di fondare la banda del paese. Peppuzzo si lascia coinvolgere più per stare vicino a Fiorina che per vera passione.

Qualche anno dopo, rimasto orfano di padre, entra a far parte della piccola orchestrina creata dallo stesso barbiere. Ecco come inizia la sua avventura:

“Per un minuto, se potete, dimenticate la Sicilia che avete letto nei romanzi o che avete visto nei film: quella dei fichidindia e dei delitti d’onore, dei nobili e dei briganti, dei gattopardi e dei perdenti, dei morti ammazzati e dei delinquenti. E fate largo, se potete, alla Sicilia delle storie fragili, sminuzzate dal tempo e dalla lontananza. Poi, armati d’amore e di tenerezza, arrampicatevi in quel pizzo di montagna dove quattro picciottelli con gli strumenti in mano avvampavano di sogni e ambizioni. Eravamo i ragazzi di un’orchestrina senza nome e senza miti che arrangiavano la giornata con le serenate, nove canzoni alle spose e sette alle fidanzate. Tutto ben pagato”.

L’orchestrina del paese: suona ai matrimoni e ai funerali, soprattutto ai funerali. Il repertorio è un po’ datato, tra valzer e mazurche, e ogni tanto prova a spingersi verso le canzoni di Adriano Celentano, ma con risultati piuttosto incerti. Il tempo passa e l’orchestrina si scioglie: c’è chi parte per lavorare al Nord, chi finisce in prigione. Il barbiere Lapunzina ormai è anziano, e anche Fiorina, il primo amore di Peppuzzo, è andata via: è emigrata in America, si è sposata e ha avuto due figli. A quel punto il protagonista lascia la chitarra e prende un’altra strada, entrando nella redazione de L’Ora a Palermo.

“Chi me lo doveva dire? Da un paradiso fatto di toni e semitoni, di sgangherate marzurke e celesti melodie; dal paradiso che mi era stato apparecchiato, negli anni di Pedara, da don Frattallone e poi, nella barberia di via Piedigrotta, dal maestro Lapunzina, sono precipitato, come un Lucifero da quattro soldi, in un inferno di facce dentro il quale avrei dovuto distinguere il killer dal ruffiano, l’amico dal delatore, il pentito dal piscialetto”.

Nella sua nuova vita, diventato ormai Giuseppe, Sottile si ritrova a scrivere di mafia, dei suoi intrecci con la politica e della manovalanza criminale. Davanti ai suoi occhi sfila una galleria di personaggi fra il grottesco e l’inquietante.

C’è Paluzzu ‘u pirciatu che insieme agli orologi “patacca” vende anche altro; e Vincenzo Coppolino, aspirante boss arrestato per aver rubato dei pesci rossi da una fontana.
E ancora Gerlando Alberti, detto “’u Paccarè”, cioè “l’indisturbabile”: un mafioso di alto livello che al processo prende in giro il giudice in questo modo:

«Signor giudice, lei la droga non la deve nominare perché a San Nicola la droga non c’era». E quando il magistrato obiettò che c’era l’attrezzatura, ’u Paccare’ simulò un sorrisetto viscido e beffardo: «Allora, caro giudice, mi deve imputare per stupro: non ho toccato nessuna ragazza, non ho a carico nessuna denuncia, però c’ho l’attrezzatura: la vuole vedere?»

Tra i personaggi ce ne sono di molto conosciuti: Salvo Lima, Boris Giuliano, Tano Badalamenti e Stefano Bontade che concludeva le frasi con «Solo alla morte non c’è riparo». Un messaggio che faceva tremare tutti. Una volta viene attirato con una falsa segnalazione e, arrivato sul posto con il fotografo, assiste all’uccisione di due cani. Poi gli uomini si voltano verso di loro e, senza alzare la voce dicono: “Così muoiono i cani che scrivono infamità”.

Il libro si chiude con un grande atto d’amore verso Palermo che riassume il sentimento che attraversa tutta la storia.

E il lupus in fabula di Palermo di chitarra e coltello è proprio questo amore lucido e disincantato per la propria terra: un legame profondo con le persone e con i ricordi, ma sempre consapevole che quella stessa terra può anche ferire. Il passaggio dalla musica alla cronaca nera, dal paese alla città, non cancella questo sentimento, lo rende solo più maturo. Crescere significa lasciare qualcosa indietro e imparare a guardare la realtà per quello che è, ma senza farne spettacola.

Questo è il libro, questo il cunto e questa la vita di oggi.
Per stasera, sul comodino, tenete da conto Palermo di chitarra e di coltelli di Giuseppe Sottile (Edizioni Einaudi) perché due parole sono troppe e una è troppo poco, perché l’acqua ci bagna e il vento ci asciuga e perché se sapeste quando può importarcene dei fastidi dei molesti, ebbene, avreste già l’idea dell’infinito.

E il nostro Sabbenedica sia sempre a tutti. E sempre sia nel segno di Marco Polo che proprio qui, da Venezia, da Palazzo Labia ci dice: “Chi comanda al racconto non è la voce”, ricordate, “è l’orecchio”