In queste settimane Renato Schifani governa tra due frane. Una è quella vera, che si è staccata alle porte di Niscemi dopo il passaggio del ciclone Harry. L’altra è meno visibile ma altrettanto insidiosa: lo smottamento politico e burocratico provocato da inchieste e vicende giudiziarie che stanno investendo la Regione e i partiti della sua maggioranza.

La prima ha costretto decine di famiglie a lasciare le case e ha aperto una fase che è ancora quella della messa in sicurezza del territorio e della conta dei danni. Il ciclone Harry ha colpito diversi tratti della costa siciliana, provocando danni a porti, lungomare e infrastrutture. Ma il simbolo dell’emergenza resta il costone che ha ceduto alle porte di Niscemi. Schifani ha scelto di prendere in mano direttamente la gestione della crisi. È stato nominato commissario e ha istituito una cabina di regia che si riunisce settimanalmente per coordinare Protezione civile, Genio civile e dipartimenti regionali. L’obiettivo è assistere le famiglie colpite e garantire la ripartenza delle attività economiche.

Per gli sfollati sono stati attivati i contributi per l’autonoma sistemazione – tra i 400 e i 900 euro – mentre la Regione ha reso disponibili sedici alloggi dello Iacp di Caltanissetta e ha stanziato risorse per il monitoraggio e lo studio della frana. Il capitolo più delicato riguarda però le imprese. Da questa settimana è partita l’erogazione dei ristori alle attività danneggiate: circa 1.200 le domande presentate sulla piattaforma Irfis, con contributi a fondo perduto fino a 20 mila euro per ciascuna impresa. Il governo regionale ha stanziato un primo plafond di 23 milioni di euro, mentre il Genio civile sta gestendo lavori urgenti su porti, viabilità e infrastrutture per oltre 18 milioni.

È un’emergenza che assorbe gran parte dell’agenda del presidente. A Palazzo d’Orléans raccontano che Schifani ormai dedica quasi tutto il suo tempo alla gestione della crisi. Ma mentre una frana si affronta con geologi, ruspe e stanziamenti straordinari, ce n’è un’altra che si muove sotto i piedi della Regione. Ed è quella della politica e della burocrazia.

L’ultima scossa è arrivata dall’inchiesta della procura di Palermo che ha coinvolto Salvatore Iacolino, per anni uno dei dirigenti più influenti della sanità siciliana e da pochi giorni direttore generale del Policlinico di Messina. Secondo l’accusa avrebbe messo a disposizione di Carmelo Vetro – imprenditore, massone e figlio di un boss di Favara – la propria rete di relazioni e il peso istituzionale accumulato negli anni, contribuendo così al rafforzamento degli interessi di Cosa nostra. Durante le perquisizioni sono stati trovati anche 90 mila euro in contanti.

Schifani ha reagito convocando immediatamente la giunta per sospendere Iacolino dalle funzioni (il dirigente si è poi dimesso, anticipando l’addio) e firmando un atto di indirizzo che rafforza i controlli sulle autodichiarazioni dei dirigenti regionali. Non soltanto verifiche più stringenti sulle incompatibilità, ma anche una valutazione della condotta morale nel caso di richieste di trattenimento in servizio oltre i limiti ordinari di età.

Un segnale politico, nelle intenzioni del presidente, per dimostrare che la Regione non intende tollerare zone d’ombra dentro la propria amministrazione. Ma la sensazione che emerge da questa vicenda è quella di un sistema attraversato da troppe crepe. Anche perché le scosse non arrivano soltanto dalla burocrazia. I partiti della maggioranza sono a loro volta attraversati da vicende giudiziarie che non aiutano l’immagine delle istituzioni.

La Democrazia cristiana raccoglie i cocci dopo i guai del suo leader Totò Cuffaro, ancora agli arresti domiciliari. In Forza Italia il caso che riguarda il deputato Michele Mancuso – accusato di aver intascato tangenti in cambio di contributi alle associazioni amiche – ha riaperto polemiche e imbarazzi nel partito del presidente.

E neppure i “patrioti” di Fratelli d’Italia possono dirsi al riparo. L’assessora al Turismo Elvira Amata è in attesa che il giudice decida sulla richiesta di rinvio a giudizio per un presunto episodio di corruzione legato a un finanziamento pubblico da 30 mila euro. Secondo l’accusa avrebbe favorito un evento della fondazione Marisa Bellisario in cambio dell’assunzione del nipote in una società privata e del pagamento dell’alloggio palermitano del ragazzo. Mentre il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, altro volto simbolo della destra siciliana, è finito a sua volta dentro un filone d’inchiesta – con l’accusa di peculato e corruzione impropria – che ha finito per delegittimarne il ruolo in Parlamento e per tagliarlo fuori dalla candidatura alla presidenza della Regione. Sarebbe stato il “delfino” di Ignazio La Russa.

Sono frane politiche che non fanno rumore come quella di Niscemi, ma che producono effetti altrettanto profondi. Perché ogni ombra finisce per depositarsi sull’istituzione Regione, logorandone la credibilità. Di fronte a questo lento e inesorabile sgretolamento, Schifani tiene per sé gli interim degli assessorati rimasti scoperti, rinvia il rimpasto e prova a tenere insieme una maggioranza che scricchiola sotto il peso delle inchieste e delle polemiche. È una strategia di resistenza per attraversare la tempesta.

Ma governare tra due frane non è semplice. Anche perché da Roma qualcuno ha già fatto sapere che la ricandidatura del governatore non è un fatto scontato. Per chiarimenti, citofonare Musumeci.