Il suo curriculum è strabiliante. Quello di un autentico leader, di uno fra i maggiori esponenti della seconda Repubblica.

Renato Schifani è stato per molte legislature al Parlamento nazionale, ha guidato il gruppo del maggiore partito del tempo, quello di Forza Italia, al Senato, di quel ramo del Parlamento è stato presidente: la seconda carica dello Stato.

Poi si è reinventato “governatore” della Sicilia. E qui, da quattro anni vivacchia, si barcamena tra lunghi silenzi e qualche improbabile squillo per segnalare la sua capacità di governo e di punto di riferimento di una maggioranza rissosa che non mostra alcun interesse per la politica, ma una straordinaria passione per il potere e una irrefrenabile tendenza a violare la legalità.

Un giorno fa sapere di volere eliminare dalla giunta gli inquisiti, il giorno successivo si ferma di fronte alla resistenza dei partiti. Quasi tutti i giorni si trova a dover prendere atto del crescente numero di coloro che in Assemblea devono fare i conti con la giustizia.

E allora, come si diceva un tempo, sorge spontanea una domanda: Schifani era sopravvalutato al tempo nel quale a Roma ricopriva quegli incarichi che formano il suo curriculum o sbarcando a Palazzo d’Orléans ha perduto il tocco magico, si è omologato agli scoloriti, anonimi deputati regionali – ché poi ci sono pure, quelli bravi – e con i primi traffica, cerca faticosamente e inutilmente di comporre, di dare un qualche senso ad una realtà che stenta perfino a giustificare se stessa in una autoreferenzialità sempre più evidente e altrettanto banale?

Alla luce di ciò che è successo in questi anni nel suo ruolo di presidente della Regione, si direbbe che le funzioni di un tempo, come quelle di tanti altri, fossero determinate dalle simpatie, dai capricci, dagli umori di Berlusconi il quale, convinto di una sorta di onnipotenza, non si fermava a scegliere i capaci, semmai i fedeli, quelli che non gli davano ombra, che eseguivano e che trascorrevano il loro tempo a scriverne il peana, a tesserne le lodi e ad accettare tutto, anche Ruby, nipote di Mubarak.

E tuttavia, se questa interpretazione risultasse fondata, e in gran parte lo è, un uomo con quella storia, non dovrebbe avere un soprassalto di dignità, di orgoglio, per staccare la spina, per far sapere che non ha nulla a che fare con il numero crescente di inquisiti che popolano Sala d’Ercole, che non vuole continuare a guidare un governo irrilevante, non intendendo principalmente assistere al processo di decomposizione dell’istituto autonomistico?

Ma perché proseguire con un accanimento terapeutico a tenere in vita una realtà che di vita non dà alcun segnale?

Perché rimanere legati ad una realtà che ogni giorno viene risucchiata nel nulla, coperta dal dileggio, caratterizzata dalla inefficienza e dall’inutilità?

Ma governatore de che?

Schifani potrebbe essere ancora in grado, con un gesto per nulla eroico, semmai frutto di residuo senso di responsabilità, di personale dignità e perfino di calcolo, di uscirsene, magari scambiando il ruolo e il potere che gli rimangono per ottenere qualcos’altro da aggiungere al curriculum.

Ché per alcuni non arriva mai il tempo di appendere le scarpette al chiodo e ritagliarsi un ruolo che un tempo si chiamava di “padre nobile”.

Homo sine sedia, imago mortis. Ed è in tempo, probabilmente, il nostro, a barattare l’attuale funzione con una sedia, qualunque sia, dove poggiare ancora per qualche tempo le proprie stanche terga.

Anticipando la cacciata. Che non è per nulla una soluzione gloriosa. Facendo sapere ai rissosi, incapaci esponenti dei partiti di maggioranza che si scelgano subito qualcun altro.

Anche perché quanto è capitato con le recenti elezioni comunali racconta che non tira un’aria buona per la destra di governo. Al netto, naturalmente, della proverbiale capacità del centro-sinistra di vanificare un prevedibile successo.

Alla fine, mi rimane un’ultima domanda. E se al peggio non ci fosse mai fine?

Ma questo è qualunquismo, una tentazione che ogni giorno di più stento ad evitare.

La mia storia mi dovrebbe indurre ad aver fiducia nella democrazia e nelle sue dinamiche. E perciò, riproviamo.

Provi Schifani a trovare la forza per far saltare il tavolo. Per far sapere che lui non ci sta più, che vuole dar senso ad una vicenda personale, comunque conseguita, prima che venga del tutto imbrattata.

Rimane sempre da scegliere se è meglio tirare a campare che tirare le cuoia o vivere un giorno da leone piuttosto che cento da pecora.

Ciascuno ha il diritto di scegliere.