Dentro Fratelli d’Italia qualcosa si muove. Non è una fronda, e nemmeno una guerra interna (per il momento). Piuttosto un cambio di tono, un modo diverso di reagire alla tempesta che negli ultimi giorni ha investito la sanità siciliana e, di riflesso, la maggioranza guidata da Renato Schifani. Per un partito che finora ha dato spesso l’impressione di procedere in modo compatto e disciplinato, arrivando spesso a ignorare scempiaggini e scandali (basti pensare ai casi Galvagno e Amata), non è un dettaglio.
Mentre una parte del gruppo dirigente ragiona su come uscire dalla crisi anche attraverso un riequilibrio politico — con l’ipotesi di un cambio di passo a piazza Ottavio Ziino e con il nome del capogruppo all’Ars Giorgio Assenza che circola come possibile sostituto della Faraoni — un’altra sensibilità invita a fermarsi e a riflettere sul metodo: una parte dei patrioti guarda alla vicenda Iacolino non come a una responsabilità individuale — come invece fa Sbardella reclamando la casella dell’assessorato — ma come a un problema di credibilità delle istituzioni.
I volti di questa sensibilità sono due figure che difficilmente possono essere liquidate come comprimari. La prima è la deputata Carolina Varchi, già vicesindaco di Palermo: giovane, politicamente ambiziosa, culturalmente strutturata e soprattutto una delle dirigenti più vicine a Giorgia Meloni. Non una voce marginale, dunque, ma una delle espressioni più riconoscibili della classe dirigente meloniana nell’Isola.
Di fronte all’ennesima inchiesta che lambisce il sistema sanitario, Varchi ha scelto di non rifugiarsi nel linguaggio prudente delle note di partito. «Mi preoccupa non poco — ha detto a Repubblica — l’immagine che stiamo offrendo ai siciliani, sono inorridita dalla concezione padronale delle istituzioni. La destra deve fare uno sforzo di proiezione sul concetto di governo inteso come servizio». Parole che non chiamano in causa singole responsabilità politiche ma mettono in discussione un certo modo di esercitare il potere.
Accanto a lei si muove un’altra figura che dentro il partito occupa una posizione peculiare: il sindaco di Catania Enrico Trantino. Trantino non è uomo di correnti e sembra osservare le dinamiche regionali con lo sguardo di un amministratore più che con quello di un ultrà di partito. Anche il suo intervento, nato da uno sfogo affidato ai social, va nella stessa direzione: riportare la discussione sul terreno del metodo e della responsabilità pubblica. «Bisogna cambiare le teste, cambiare il modo di concepire il potere», ha spiegato parlando della crisi della sanità. E ancora: «Parto da un dato di fatto: in corsia mancano i medici, in assessorato ci sono i “comandati”». Parole che non entrano nel gioco delle poltrone, ma mettono al centro la distanza crescente tra i bisogni dei cittadini e le dinamiche della casta.
Di fronte allo scandalo che scuote la sanità — l’assessore Faraoni in questi giorni ha convocato già due volte i direttori generali delle ASP per mettere a punto scadenze e prossime mosse — dentro Fratelli d’Italia emergono quindi due atteggiamenti diversi: da un lato la naturale tentazione della politica di riorganizzare gli equilibri di governo e di accaparrarsi una nuova fetta di potere (come se il sistema non fosse ormai marcio dalle fondamenta); dall’altro la richiesta di una riflessione più ampia sul modo in cui il potere viene esercitato.
E in questo senso la traiettoria di Varchi e Trantino ricorda quella che da tempo si osserva dentro Forza Italia. Anche lì alcune figure hanno scelto di sollevare interrogativi sulla gestione della sanità e, più in generale, sul funzionamento della macchina politica. Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè lo ha fatto chiedendo trasparenza sui problemi dei pronto soccorso dell’Isola e reclamando la pubblicazione di una relazione interna rimasta per mesi nei cassetti. E la stessa Margherita La Rocca Ruvolo, deputata regionale e sindaca di Montevago, non ha mai lesinato critiche e interrogazioni sulla gestione familistica e clientelare di alcuni rami dell’amministrazione, sanità in primis.
Sono dinamiche diverse ma che raccontano come i problemi della politica abbiano cambiato sede: non è il parlamento, ormai assuefatto a certi meccanismi, a guidare la transizione. Bensì i partiti. Anche in quelli più strutturati del centrodestra cominciano a emergere sensibilità che chiedono più trasparenza, più confronto e meno gestione padronale del potere. Dentro Fratelli d’Italia, in questa fase delicata, quei due nomi sono proprio Carolina Varchi ed Enrico Trantino. Un po’ come Mulè e Falcone dentro Forza Italia: voci che non guidano correnti, ma che introducono una dialettica che fino a poco tempo fa sembrava difficile perfino immaginare.

