Come i grani di un rosario.
Si susseguono inesorabili l’uno all’altro.
Non c’è il tempo che una vicenda di malaffare sfumi, e un’altra è pronta a sostituirla.
L’ultima, o meglio la più recente, coinvolge uno dei personaggi più noti ed influenti del potere siciliano, esponente della politica e principalmente a lungo gestore di settori rilevanti della sanità, attorno al quale anche di recente vi sono stati duri scontri tra le forze della maggioranza. Insieme a lui, insieme a Iacolino, c’è un funzionario regionale rimasto al suo posto malgrado sotto processo per presunti precedenti reati contro la pubblica amministrazione.
E poi il mafioso imprenditore. Si compone così un quadretto altamente indicativo di un sistema antico e tuttora presente. E si scrive un copione trito ma pur sempre attuale. Eppure, anche questa vicenda non suscita sorpresa, alimenta indifferenza ed assuefazione, crea magari fastidio.
Le istituzioni finiscono per esserne sfregiate, si allontanano dalla gente, appaiono estranee e perfino infette. E tanto più la Regione mostra di essere pleonastica, tanto più diventa il luogo dello spreco e dell’illegalità.
Quanto più dall’Assemblea, dal governo arrivano prove di inconsistenza, di incapacità di scelta, di povertà di mezzi e di idee, tanto più si dilata lo spazio per la corruttela.
E ad ogni evento di questa natura segue una ipocrita sorpresa, la promessa di procedere con rigore, viene magari esonerato qualcuno colto con le dita nella marmellata, a meno che non abbia Santi in Paradiso per rimanere al proprio posto anche oltre gli anni della pensione, come è avvenuto con quest’ultimo dirigente indagato.
Ma è proprio impossibile esercitare la vigilanza, evitare o almeno ridurre il succedersi di episodi di questa natura? Non esiste alcun modo per il governo, per i partiti di esercitare una adeguata prevenzione scegliendo per la guida di strutture pubbliche persone di qualche valore professionale e morale? È pensabile che i vertici della burocrazia non riescano ad impedire, a parare la corruzione?
È sempre la magistratura a scoprire il vaso di Pandora. E poi se ne denuncia una presunta invasione di campo, se ne temono gli sconfinamenti e con il referendum si tenta perfino di ridurre il controllo di legalità.
Vista da qui, alla luce di questi fatti, l’idea che i giudici debbano remare nella stessa direzione del potere esecutivo a tutti i livelli non è solo una paradossale sgrammaticatura costituzionale, ma quasi un invito a chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò che succede in un Paese tradizionalmente segnato da scarso senso di etica pubblica.
Ora, per non girarci attorno, dopo quest’ultimo scandalo che coinvolge ancora una volta il settore della sanità e concorre a renderlo inefficiente, sarebbe del tutto ovvio spegnere la luce, chiudere il portone e rimettere agli elettori, a quei pochi che hanno voglia di esercitare ancora questo diritto, la scelta dei nuovi inquilini di Palazzo d’Orléans.
Sappiamo che questo non accadrà, che perfino chi, dall’opposizione, chiede la fine anticipata della legislatura si limiterà ad una astratta proclamazione utile solo, per così dire, a salvarsi l’anima.
Ché a volte l’opposizione sembra proprio quella della “sesta giornata”. Rimasta lontana dalle barricate, arriva il giorno successivo alla presa di Milano, sventolando la bandiera e cercando di prendere la testa del corteo.
Si tirerà a campare ancora per più di un anno. Tirerà a campare Schifani, rimanendo in un pantano nel quale è costretto anche dal continuo scontro delle forze che lo sostengono, dalla loro povertà politica e ideale, dalla sua incapacità di un colpo di reni, di una prova forte di consapevolezza. Non governa, rinvia; di tanto in tanto minaccia il ricambio degli assessori, si lancia in accuse severe contro i vertici della burocrazia. Ma di fatto sta lì, si limita a dichiararsi fuori dalle vicende di malaffare che investono continuamente il suo governo.
Il presidente della Regione chiede di essere riconfermato, e come in una sorta di trance ipnotica va alla ricerca di assicurazioni, non rendendosi conto che saranno proprio quelli della maggioranza, i suoi colleghi di partito, a scaricargli addosso la responsabilità di una delle legislature peggiori della storia dell’Autonomia siciliana.
Ma quand’anche si andasse ad elezioni anticipate, quale sarebbe l’alternativa? Come si predispongono le forze di opposizione ad una vera proposta di governo, diversa da quella della destra, come fanno a trovare una classe dirigente di qualità, capace di resistere alle tentazioni delle “dazioni di denaro”, come usa dirsi, con una morale che dovrebbe essere accompagnata da efficienza? Attraverso quali meccanismi potrà essere selezionata se i partiti sono ormai gruppi chiusi e autoreferenziali? Da quale bacino della società civile la potrebbero far emergere?
Non voglio cadere anch’io nella sommaria denuncia del ‘tutti sono uguali’.
Ma se non si è uguali, se non si vuole apparire come tutti dentro la medesima bolla, parte della stessa casta estranea ed immutabile, occorre che ciò si appalesi. È necessario che la gente lo veda, che sia indotta ad una evidente indignazione, che scorga la prospettiva di un radicale cambiamento.
E invece, al di là di iniziative anche apprezzabili a livello parlamentare, il Pd continua ad essere lacerato e inconsistente, i Cinque stelle residuali e patetici. E poi c’è La Vardera, che nel vuoto sta assumendo la leadership della protesta, con l’urlo che lacera e poi si perde nella vacuità di una denuncia che, non accompagnata da proposte, risulta prettamente populista benché a volte scopra nefandezze e talora, come succede per Mondello, sottratta a una gestione opaca, lasci macerie.
Non c’è una via d’uscita? La via non è certo quella di commissariare la Regione, come torna a chiedere Calenda recuperando una antica idea di Leopoldo Franchetti che, nella seconda metà dell’Ottocento, era convinto la Sicilia non potesse essere governata dai siciliani. Non aveva ragione allora Franchetti, forse non ne ha oggi Calenda.
Contro ogni speranza, c’è da sperare in un sussulto di dignità o che si affermi quell’antica saggezza per la quale toccato il fondo, si possa risalire, anziché continuare a scavare.
Di sicuro la Sicilia non può essere utilmente governata da questi siciliani che da troppo tempo la tengono in ostaggio.

