C’è una storia famosa che arriva dal Giappone del dopoguerra. Un soldato imperiale, Hiroo Onoda, rimase nascosto per quasi trent’anni nella giungla delle Filippine convinto che la Seconda guerra mondiale non fosse mai finita. Quando lo ritrovarono, nel 1974, continuava a pattugliare la foresta come se il mondo fosse rimasto fermo al 1945.

A guardare quello che succede all’Assemblea regionale siciliana viene da pensare che anche a Sala d’Ercole qualcuno viva nella stessa condizione: isolato dal resto del pianeta, convinto che la guerra non sia mai iniziata. Fuori si accumulano crisi economiche, tensioni internazionali, scandali giudiziari che travolgono politica e burocrazia. Dentro il Parlamento più antico del mondo si discute serenamente di tutt’altro.

Il caso più emblematico è la vicenda del terzo mandato per i sindaci dei piccoli comuni. Una proposta già bocciata dall’aula poche settimane fa e che la maggioranza ha deciso di riproporre come se nulla fosse. E’ andata addirittura peggio. Alla prima votazione su un emendamento soppressivo chiesto dalle opposizioni – e coperto dal voto segreto – la norma è stata affossata con numeri impietosi: 43 favorevoli all’emendamento, 18 contrari. Tradotto: la maggioranza ha votato contro sé stessa.

In aula c’erano circa quaranta deputati del centrodestra, ma la legge simbolo della coalizione si è fermata a meno della metà dei voti. Una piccola Waterloo parlamentare che racconta molto più di mille analisi sullo stato della legislatura. Non è stata l’opposizione a fermare la norma. Sono stati i franchi tiratori.

E mentre la Sicilia affronta problemi che vanno dalla tenuta economica agli effetti indiretti della guerra in Medio Oriente, passando per scandali e tensioni nella sanità regionale – l’ultimo dei quali riguarda il burocrate Salvatore Iacolino – il Parlamento continua a muoversi come se tutto questo non esistesse. Non fa riforme strutturali, non discute di politiche economiche, non propone una strategia per affrontare le emergenze che si accumulano. Il tema centrale della settimana è stato capire se un manipolo di sindaci dei comuni sotto i 15 mila abitanti potrà fare o meno un terzo giro di giostra.

Ma la commedia non finisce qui. Mentre l’aula impallinava per la seconda volta il disegno di legge, in un’altra stanza di Palazzo dei Normanni si discuteva di abolire il voto segreto. La proposta è firmata dal presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e prevede di eliminarlo – almeno – durante le sessioni di bilancio. L’idea è quella di allineare il regolamento dell’Assemblea a quello del Senato. Una modifica tecnica, spiegano i promotori, per evitare imboscate e vendette parlamentari quando si discutono i conti pubblici.

Peccato che la proposta arrivi proprio mentre il voto segreto continua a essere l’unico strumento con cui i deputati riescono a esprimere dissenso dentro una maggioranza che non tiene più insieme i propri pezzi. Non stupisce che l’idea nasca dopo una serie di imboscate clamorose. E dopo le dichiarazioni d’intenti che si trascinano da legislature: Musumeci era stato il primo a minacciare di non presentarsi più in aula finché non venisse cancellata questa anomalia; e anche Schifani, più di una volta, aveva annunciato un ddl per superare questo fastidio democratico che impedisce al centrodestra di governare col vento in poppa.

Ma anche parlare di voto segreto è da marziani. La realtà è che la politica regionale vive una delle fasi più opache degli ultimi anni: un presidente dell’Ars delegittimato dalle inchieste giudiziarie, una burocrazia attraversata da scandali, partiti incapaci di tenere la linea perfino sulle scelte del proprio governo. I numeri raccontano il resto. Nei primi mesi dell’anno l’Assemblea regionale ha già bruciato oltre quindici milioni di euro del proprio bilancio interno – che per il 2026 supera i 130 milioni – senza lasciare traccia di riforme degne di questo nome. A parte le sessioni finanziarie e qualche intervento emergenziale, la produzione legislativa resta una sequenza di norme minori, microinteressi e schermaglie politiche.

Eppure i settanta deputati continuano a comportarsi come se il problema fosse altrove. Come se bastasse cambiare qualche regola del gioco per salvare una partita che fuori dal palazzo è già finita da tempo. Forse, come il soldato giapponese nella foresta, anche loro sono convinti che la guerra non sia mai arrivata. Il guaio è che mentre loro pattugliano la giungla delle procedure parlamentari, la Sicilia è già entrata in un’altra stagione. E da tempo aspetta che qualcuno, dentro quel palazzo, se ne accorga.