Quando vi parlano di giustizia, pensate a Bruno Contrada, l’ex capo della Squadra Mobile di Palermo stritolato da un ingranaggio che lo ha tenuto in croce per quarant’anni senza che le sue colpe fossero state mai accertate oltre ogni ragionevole dubbio. E se vi parlano di processo giusto o di equilibrio tra accusa e difesa, pensate a un uomo che, con tutta la sua storia, i suoi meriti e le tante medaglie appese al petto, è stato costretto per quarant’anni a salire e scendere le scale dei Tribunali e delle Corti di Appello, a inseguire la Cassazione e pure la Corte di Giustizia Europea ma è riuscito a ottenere solo un risarcimento che non gli ha restituito l’onore e non ha sancito la sua innocenza. Non gli è bastata una vita per difendersi dall’antimafia chiodata. Il requiem per Contrada, morto l’altro ieri a 94 anni, è un de profundis per la giustizia italiana.


