Ha scritto Anna Harendt che i fatti sono testardi. Bisogna sempre ricordarsi di questa verità. Di fronte alla propaganda che ci sommerge, da quella internazionale a quella più modesta che riguarda i governi e l’opposizione locali. Così se si vuole capire quanto lavoro ancora ci sia da fare per migliorare la qualità della vita nel Mezzogiorno e in Sicilia bisogna guardare alle ricerche ormai più che trentennali che vengono svolte per ciascun anno. Ai diversi fattori come il reddito, l’occupazione, i servizi e in genere la qualità del vivere e la soddisfazione dei cittadini.

Ce ne sono diverse. Ma tutte dicono una cosa sola. Che il divario tra Nord e Sud è lievemente diminuito ma permane grave e tanto da indurre migliaia di giovani ad andar via. Ed adesso anche i nonni a seguire il destino dei loro nipoti. La migliore gioventù, quella che ha studiato ed è costata allo stato ed alle regioni per investimenti e spese per istruzione e formazione, ormai va via. In vent’anni si sono persi talenti e risorse. Energie giovanili disponibili al cambiamento ed all’innovazione.

Continua quello che già Sturzo aveva descritto come il passaggio attraverso il setaccio, “u crivu”, l’impoverimento culturale e vitale che da oltre cento anni colpisce la vasta area da Roma in giù. È significativo che le regioni con il reddito più basso siano, nell’ordine, la Campania, la Sicilia e la Calabria. Così come che le città con la peggiore qualità di vita siano quasi tutte siciliane. E che l’ultima sia Caltanissetta con Reggio Calabria, Crotone e Agrigento. Mentre Catania e Palermo stanno in fondo alla classifica.

Eppure, non si può dubitare dell’impegno dei sindaci e dei presidenti di Regione che faticosamente e affannosamente, tentano di governare. Ma la buona volontà non basta. Occorrono investimenti, risorse finanziarie e qualità dei servizi pubblici. Nonché un fine e impegnativo lavoro amministrativo che rifiuti consuetudini disastrose come il familismo, il provincialismo e il clientelismo.

Ma se la società si svuota di energie e di forze disponibili alla innovazione, come potrà nascere una realtà diversa? È questo il quesito che dovrebbe impegnare le istituzioni regionali e locali. Le quali sembrano immerse invece in una desolante accidia. Bloccate da pulsioni negative. Da contrasti e tensioni inutilmente particolaristiche. Da visioni mediocri che sfiorano il nullismo.

Eppure, si ripete che la buona volontà non manca. Ma la buona volontà non basta senza amministrazioni efficienti, risorse ingenti e velocità di esecuzione. Senza cioè una democrazia governante che non si lasci attrarre dal vuoto incanto del non fare. Dall’inerzia scambiata per furbizia politica. Dalla ricerca di modesti vantaggi individuali. Dall’ossessione della riconferma. Dalla ricerca del piccolo e mediocre privilegio. Insomma, dal deserto della politica scambiato per una specie di pace. Con l’indifferenza che spegne ogni illusione.

La fuga perciò prevale. E con essa il venir meno sempre di più, di energie e fiducia. Non era questo che immaginavano i padri costituenti. I redattori dello Statuto di autonomia, i fondatori della repubblica e della Regione. Ecco perché di fronte al fallimento non si può fare finta che tutto si aggiusterà. Non si può continuare questa agonia. Non si può perdere altro tempo. Bisogna rischiare adesso. Cambiare seriamente e profondamente per sopravvivere e non sopravvivere senza governare. Nessuno pensa che sia facile. Ma è necessario, indispensabile e urgente. Sennò meglio rinunciare a questa finzione di autonomia. Che somiglia sempre di più ad una barriera all’innovazione e alla modernità.