Il Pd siciliano ha trovato il modo più complicato per festeggiare: rivendicare una vittoria che, nel caso più clamoroso, è arrivata senza il Pd. Il segretario Anthony Barbagallo ha sventolato i numeri: il raddoppio dei consiglieri, il centrosinistra che avanza nei Comuni e gli avversari che si sfarinano. È lo stesso riflesso che si è visto al Nazareno nel day after delle amministrative. Solo che, appena si scende sotto la superficie dei numeri, il quadro diventa meno lineare. A Enna c’è Vladimiro Crisafulli, che non ha avuto il simbolo del partito, ha vinto lo stesso, ha vinto meglio, e ha pure ringraziato chi glielo aveva negato: senza quel veto, ha spiegato, avrebbe preso meno voti.
È la fotografia più crudele della sinistra siciliana. Il Pd avanza, ma spesso sulle gambe degli altri. Si rafforza nei consigli comunali, ma quando deve mostrare un modello politico finisce per aggrapparsi ai suoi “irregolari”, ai suoi notabili, ai suoi capibastone. Quelli che a Roma fanno storcere il naso, ma in Sicilia sanno ancora riempire le piazze, organizzare le liste, parlare con il mondo reale e non soltanto con le geometrie del campo largo.
Crisafulli è il caso limite, e proprio per questo il più istruttivo. Il Pd e la Schlein – in nome dello svecchiamento della classe dirigente – gli hanno negato il simbolo, lui si è presentato con le civiche (e con qualche striatura leghista, checché ne dica il diretto interessato), ha travolto il centrodestra e ha trasformato Enna nel laboratorio di una rivincita personale. Barbagallo, non potendo intestarsi del tutto il risultato, ha dovuto riconoscere che quella è stata “certamente una vittoria personale” dell’ex senatore.
La versione ufficiale del partito racconta un’altra storia. È una lettura legittima, e in parte fondata. Ma anche difensiva. Perché dentro quel risultato ci sono molte Sicilie diverse, e non tutte parlano la lingua del Nazareno o della segreteria regionale. A Floridia ha vinto Marco Carianni, vicino a Tiziano Spada, cioè a un’area che non coincide esattamente con il barbagallismo. Ad Agrigento emerge La Vardera, che col Pd ha un rapporto laterale e competitivo. A Messina domina Cateno De Luca, che un pezzo del Pd continua a corteggiare per le prossime Regionali e un altro pezzo vorrebbe cancellare dalle mappe.
Il punto, dunque, non è negare la crescita, ma capire di che crescita si tratta. Anche sul piano nazionale il partito ha potuto rivendicare la Campania, ma il nome più pesante resta quello di Vincenzo De Luca; ha potuto parlare di campo progressista, ma le vittorie più robuste continuano spesso ad arrivare da figure che con il profilo della nuova sinistra hanno poco a che fare. In Sicilia accade lo stesso, con un’evidenza persino più brutale: a funzionare sono le reti, le facce, le storie locali, le candidature riconoscibili, le filiere di consenso costruite in anni di presenza sul territorio. La rivoluzione dem, quella del partito leggero, largo, civico, inclusivo, generazionale, si ferma davanti alla vecchia domanda siciliana: chi porta i voti?
Su questo Pietrangelo Buttafuoco ha aperto uno squarcio più largo e urticante: non è la destra a battere la sinistra, sono i vecchi comunisti. De Luca a Salerno, Crisafulli a Enna. Due uomini diversi, certo, ma entrambi figli di una politica di apparato, territorio e consenso che il Pd contemporaneo vorrebbe archiviare e che invece, appena le urne misurano il peso dei territori, torna a bussare alla porta. È una lettura volutamente feroce, ma coglie il nervo scoperto: la sinistra nuova può anche diffidare dei cacicchi, però non ha ancora prodotto abbastanza classe dirigente capace di sostituirli.
Crisafulli non è soltanto il ritorno del “barone rosso”, ma la smentita vivente di un partito che predica rinnovamento ma non riesce a produrlo. Anche il tentativo di costruire il campo largo come somma di sigle, non sostituisce il radicamento.
È anche per questo che il voto amministrativo non può essere confuso con l’onda del referendum. Il popolo del No, mobilitato in difesa della Costituzione e contro il governo nazionale, non si è trasferito automaticamente nelle urne. Non basta dire “campo progressista” per trasformare una protesta in consenso. Servono candidati, alleanze credibili, gruppi dirigenti, presenza nei quartieri, relazioni sociali. Tutte cose che non si improvvisano nell’ultima settimana di campagna elettorale.
Il centrodestra, certo, esce malissimo dalla tornata. Si è diviso, si è fatto male da solo, ha perso città importanti, ha mostrato tutti i limiti della coalizione che governa la Regione. Ma il Pd farebbe un errore a scambiare le ferite degli avversari per una propria guarigione. Schifani e i suoi alleati sono in crisi, ma l’alternativa non nasce automaticamente dalle loro macerie.
Per ora, la risposta arriva da Enna. È Crisafulli che dal palco spiega al campo progressista come si vincono le Regionali. È Crisafulli che affida a Fabio Venezia, ex sindaco di Troina e deputato al Parlamento regionale, il compito di guidare lo schieramento alternativo al governo dell’Isola. È Crisafulli che trasforma una vittoria comunale in una lezione.
La rivoluzione mancata del Pd siciliano sta tutta in questa scena. Un partito che vuole essere nuovo, ma vince con i vecchi. Che vuole liberarsi dei cacicchi, ma poi deve fare i conti con il fatto che i cacicchi, almeno loro, i voti li prendono. Che sogna il campo largo, ma nei territori continua ad affidarsi al campo lungo delle relazioni personali. Finché le sue vittorie più vistose avranno il volto di chi il partito ha provato a tenere fuori dalla porta, sarà difficile capire se quella del Pd siciliano sia una rinascita o il ritorno dei fantasmi che non è mai riuscito a esorcizzare.


