Se Tajani o Marina Berlusconi avessero un’ora da dedicare alla Sicilia, si renderebbero conto del fallimento di Forza Italia. Il partito, al di qua dello Stretto, si sta disintegrando un pezzo alla volta, fra inchieste, addii, vendette e regolamenti di conti rimasti troppo a lungo sotto traccia. Il dato più ingombrante è che il partito del presidente della Regione ha smesso di guardare a Schifani come al proprio leader naturale. E neppure Minardo, chiamato a rimettere ordine in una casa a soqquadro, se la passa troppo bene. L’unico davvero inamovibile sembra Totò Cardinale, che con Forza Italia non c’entra molto per storia, cultura politica e traiettoria personale, ma continua a promettere fedeltà eterna al governatore (per ricandidarlo).
Solo che il palazzo scricchiola. E l’ultima crepa è arrivata dall’inchiesta sul Cefpas di Caltanissetta, che ha investito Riccardo Gallo Afflitto, deputato regionale di Forza Italia, per il quale la Procura ha chiesto una misura cautelare. Le accuse, tutte da verificare nelle sedi giudiziarie, sono pesanti. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il direttore pro tempore del Cefpas, Roberto Sanfilippo, avrebbe piegato funzioni e poteri agli interessi del deputato. In cambio, Gallo Afflitto e uomini a lui vicini avrebbero assicurato a Sanfilippo la nomina e la permanenza alla guida dell’ente.
Dentro questo schema, secondo l’accusa, ci sarebbero incarichi, consulenze, appalti e favori. Il passaggio più politicamente devastante riguarda la moglie del deputato: quattro incarichi di consulenza, un contratto a tempo pieno e determinato al Cefpas e perfino un accordo quadro fra Cefpas e Asp di Agrigento che avrebbe consentito procedure di distacco del personale, così da permetterle di lavorare ad Agrigento. I protagonisti di questo ennesimo scandalo avrebbero tirato su un sistema di relazioni e utilità costruito attorno a un ente della sanità regionale.
Il caso Gallo Afflitto arriva dopo quello di Michele Mancuso, altro deputato di Forza Italia, finito ai domiciliari nell’inchiesta nissena sulla gestione di fondi regionali. Anche lì l’accusa è corruzione. Secondo la Procura, Mancuso avrebbe ricevuto dodicimila euro per favorire un’associazione nell’ottenimento di un contributo pubblico destinato a eventi nel Nisseno. La presunzione di innocenza vale per tutti, ma politicamente il quadro è micidiale: due deputati azzurri travolti da vicende giudiziarie in pochi mesi, mentre il partito prova a presentarsi come architrave della stabilità regionale.
E mentre le inchieste scavano sotto il partito, i pezzi cominciano a staccarsi anche alla luce del sole. Alessandro De Leo ha lasciato Forza Italia e il gruppo parlamentare all’Ars, approdando al Misto. De Leo era stato eletto con Sud chiama Nord, poi era salito sul carro azzurro, avvicinandosi progressivamente all’area più critica nei confronti della vecchia gestione del partito, quella che ha guardato a Giorgio Mulè, Marco Falcone e Tommaso Calderone. Lo strappo nasce da Messina, dalla gestione delle ultime comunali, dalle liste costruite male, dalle scelte imposte dall’alto. De Leo ha rivendicato la rottura come un atto di rispetto verso gli elettori. Ma dietro le parole ufficiali c’è il fallimento di un partito che, nella città dello Stretto, non è riuscito nemmeno a proteggere se stesso, finendo fuori dal Consiglio comunale nonostante la guida di Matilde Siracusano, sottosegretaria di Stato e moglie dell’attuale governatore della Calabria, Roberto Occhiuto.
Ma in questi giorni di caos, è successo anche dell’altro. Prendete il caso Barbera. Sessanta milioni di fondi FSC destinati dalla Regione al rifacimento dello stadio di Palermo, mentre il bando per l’impiantistica sportiva del resto dell’Isola viene ridimensionato e molti Comuni restano a guardare. Una scelta che ha fatto infuriare Nicola D’Agostino, altro deputato dell’Ars, catanese, che per qualche mese aveva subodorato la possibilità di una nomina a piazza Ziino, come assessore alla Salute, prima di essere beffato in volata da Caruso.
“A volte basterebbe solo chiedere scusa”, ha scritto D’Agostino. E poi correggere “l’errore, l’atto di superbia, l’ingiustizia messa in atto amministrativo”. Parole pesanti, rivolte a un presidente che, secondo il deputato azzurro, non solo non arretra, ma “insiste a difendere una iniziativa che è palesemente sbagliata”. D’Agostino riconosce che la vicenda avrebbe messo in imbarazzo perfino Elvira Amata, assessore al Turismo, costretta a difendere almeno l’idea di un bando aperto a tutti i Comuni siciliani, mentre “qualcuno voleva cancellarlo del tutto”. Soltanto uno dei Comuni dell’Isola, Palermo, è già stato soddisfatto. “Adesso ne rimangono 390”, ha scritto D’Agostino, chiedendo un principio di equità che “dalle parti di Palazzo d’Orléans non si sa cosa significhi”.
Poi c’è il capitolo, sempre aperto, dei “giovani turchi”, Mulè e Falcone. Da mesi chiedono un chiarimento politico, un riequilibrio, un cambio di leadership. Mulè, in particolare, continua a muoversi su un crinale sottile: dopo le amministrative ha detto che “qualcosa non è stato fatto a dovere”, ricordando che quando il centrodestra non è unito o perde tempo nella scelta dei candidati, finisce per perdere. Il vicepresidente della Camera, verso il quale Schifani si è sempre dimostrato allergico, ha lasciato la porta aperta: “Sono un siciliano e amo questa terra. Non avanzo candidature. Io sono qua, sono disponibile”.
È la disponibilità ragionata (e cauta) di chi sa che il nome circola, che una parte del partito lo considera un’alternativa possibile (se non obbligata) a un presidente ormai logorato dall’interno. Minardo, appena insediato, ha provato a raccontare un’altra storia. A Live Sicilia ha spiegato che l’incontro di Enna con i deputati regionali, di qualche settimana fa, non era un assembramento di congiurati, ma “semplicemente la prima riunione con i parlamentari dell’Ars”. Ha parlato di discussione “costruttiva, franca”, di entusiasmo e voglia di fare squadra. Ha detto di avere trovato un contesto molto diverso dalle ricostruzioni giornalistiche, un gruppo di qualità straordinaria, un partito che deve solo parlarsi di più. Ma nel giro di pochi giorni la realtà gli ha presentato il conto.
Resta Cardinale, certo. Assieme al suo assessore alle Attività produttive, Edy Tamajo. Resta il suo sostegno granitico al governatore. L’idea che la ricandidatura di Schifani sia ancora il perno attorno a cui costruire la prossima partita. Peccato che quell’idea sia ormai tramontata in tutti gli altri.


