Non fa un buon servizio a Giorgia Meloni chi mette in giro che si è risentita per la festa del 2 giugno, in particolare con Paola Cortellesi, colpevole ai suoi occhi di averla ignorata nel monologo sulle donne. Mostrarla offesa è un errore, per almeno due ragioni. Primo, perché una premier non ha bisogno di adulazioni. E poi perché Cortellesi, artista bravissima, rappresenta se stessa e le proprie idee; non conferisce medaglie al merito della Repubblica; nemmeno presiede il tribunale della storia. Il suo compito era dare inizio a un show che, al pari di tutti gli spettacoli, può essere piaciuto o meno. Molti l’hanno apprezzato, si sono commossi guardando i vecchi spezzoni in bianco e nero, ascoltando le canzoni del cuore. Meloni a quanto pare non ha gradito.
A parte il mancato omaggio alla sua persona, la premier ha percepito nel copione un pregiudizio ostile. Formalmente tutto perfetto, per carità. La ricostruzione del “come eravamo” dal dopoguerra a oggi è stata puntuale, scrupolosa. Dalla regia del Quirinale, in fondo, non potevano attendersi forzature. Ma proprio qui sta il punto: l’amarcord non è ciò che Giorgia forse si sarebbe aspettata. Avrebbe desiderato – secondo chi le sta intorno – un risarcimento morale, una riparazione dei torti subiti dalla sua parte politica, un ribaltamento dei miti alimentati a sinistra, specie adesso che lei guida il governo. Se non ora quando? Questa rilettura della storia il Colle non gliel’ha concessa. Di qui la delusione che riguarda Cortellesi, sì, ma punta il dito più in alto. Continua su Huffington Post


