Scappate finché siete in tempo

Ogni volta che un ragazzo lascia la Sicilia, si dice sempre la stessa cosa.
«Che peccato.»
Poi, quasi per consolarci, arriva l’elenco delle nostre meraviglie.
Il sole. Il mare. Il cibo.
Le arancine, i cannoli, il pesce, le granite.
Come se tutto questo bastasse.
Come se una cassata potesse compensare uno stipendio da fame.
Come se un tramonto potesse sostituire un asilo nido.
Come se il mare potesse rimpiazzare un treno che funziona.
Come se il profumo dei gelsomini rendesse meno pesante l’odore del clientelismo.
Scambierei volentieri qualche cannolo con città più pulite.
Qualche arancina con l’acqua nei rubinetti anche ad agosto.
Qualche granita con strade pulite e senza buche.
Qualche cartolina perfetta con un ospedale che non costringa le persone ad aspettare mesi per una visita.
Qualche tramonto con la certezza che mio figlio troverà lavoro perché è bravo e non perché conosce qualcuno.
Perché la qualità della vita non è quello che mangi una domenica.
È quello che vivi dal lunedì al sabato.
Ed è qui che la Sicilia continua a perdere.
Per anni abbiamo raccontato l’emigrazione come una scelta personale.
Non è vero.
È il risultato di un modello di sviluppo sbagliato.
Formiamo giovani preparati e li regaliamo ad altri territori.
Le nostre università investono su medici, ingegneri, ricercatori, informatici.
Le famiglie fanno sacrifici.
La collettività paga.
Poi il valore aggiunto lo producono Milano, Berlino, Amsterdam o Dublino.
Noi sosteniamo i costi.
Gli altri incassano i dividendi.
E intanto continuiamo a discutere di come attrarre pensionati con tasse agevolate.
O di come trasformare la Sicilia nel luogo ideale dove lavorare da remoto per aziende che hanno sede altrove.
È una visione deprimente.
La Sicilia come villaggio turistico.
Come casa di riposo.
Come sfondo di una videocall.
Mai come il posto migliore dove aprire un’impresa, fare ricerca, costruire una carriera, mettere al mondo dei figli.
Ma non partono più soltanto i figli.
Partono anche i genitori.
Raggiungono i ragazzi nelle città dove hanno trovato lavoro.
Portano con sé pensioni calcolate col conveniente sistema retributivo e le trasformano in welfare familiare: pagano l’affitto, aiutano con il mutuo, sostengono il costo dell’asilo nido, tengono i nipoti mentre mamma e papà lavorano.
Perfino quella ricchezza lascia la Sicilia.
Esportiamo i nostri laureati.
Poi esportiamo anche i loro nonni.
I loro consumi. I loro risparmi. Il loro tempo.
È una desertificazione lenta.
Economica. Demografica. Sociale.
E nel frattempo chiediamo a chi resta una quantità di eroismo che non dovrebbe essere richiesta a nessun cittadino.
Gli chiediamo di fare impresa con il credito che non arriva.
Di convivere con una burocrazia infinita.
Con infrastrutture insufficienti.
Con la criminalità che, in troppi territori, continua a presentare il conto sotto forma di pizzo.
Con una crisi idrica talmente assurda che alcuni alberghi e bed & breakfast hanno dovuto rinunciare a camere per installare cisterne d’acqua. In qualsiasi altra regione sarebbe uno scandalo nazionale. Da noi rischia di diventare normale.
Ed è proprio questa la nostra sconfitta più grande.
Ci siamo abituati.
Abbiamo smesso di indignarci.
Ci siamo convinti che il sole, il mare e il cibo bastino a compensare tutto il resto.
No.
Non bastano.
Il sole non sostituisce il merito.
Il mare non sostituisce i servizi.
La cassata non sostituisce uno stipendio.
Un cannolo non sostituisce una prospettiva.
E una terra meravigliosa non può continuare a chiedere ai suoi figli di essere eroi.
Per questo il titolo di questo pezzo non è rivolto ai giovani.
È rivolto a Schifani e Meloni.
Perché finché continueremo a pensare che bastino il panorama e la buona cucina per nascondere l’assenza di opportunità, l’unico consiglio onesto da dare a un ragazzo siciliano resterà sempre lo stesso.
Scappa finché sei in tempo.
Ed è il più clamoroso fallimento che una classe dirigente possa consegnare alla propria terra.