Dalla discussione all’esibizione: un segno dei tempi. Nello spazio di poche ore, abbiamo visto comparire nell’Aula della Camera dei deputati casseforti e cappi, cartelli e striscioni, bende sugli occhi e telefonini esibiti e mo’ di prova. Tutto, naturalmente, a favore di telecamere. Tutto, naturalmente, fatto e pensato per essere trasformato in video da postare sui social.
Fa quasi tenerezza, oggi, leggere il discorso con cui Luigi Einaudi si accomiatò dal Parlamento dopo essere stato eletto presidente della Repubblica. Era il 12 maggio 1948, dopo aver giurato, al Quirinale, fedeltà alla Costituzione, Einaudi prese la parola nell’Aula della sua venerata Camera dei deputati. Un discorso asciutto, denso, pragmatico come nel temperamento dell’oratore. Tra le altre cose, disse: “Nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’è una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non poter più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto e ad accedere, facendola propria, all’opinione di uomini più saggi di noi”.
Il Parlamento come luogo della discussione e del confronto; la discussione e il confronto come finalità del Parlamento. Quel Parlamento, però, non esiste più. Non è più il luogo della discussione e del confronto, è diventato semplicemente il luogo dell’esibizione. Un circo, in sostanza.


