Cateno De Luca, da tempo, avrebbe voluto liberarsi della vecchia politica e dei suoi arnesi, della “banda bassotti” che assedia le istituzioni, del “pizzo legalizzato” di certa burocrazia, e prendersi lo scettro di “sindaco di Sicilia”. Così, ispirato da un sentimento autonomista, civico e progressista, ha scelto di mettersi alla guida di un governo di liberazione – come chiamarlo, sennò? –, fare pace persino con Lombardo e ritentare la scalata a Palazzo d’Orléans.
Nel 2022, partendo da Messina, non c’era andato così lontano. Il mezzo milione di voti ha traballato nel corso di questa legislatura, a causa delle continue acrobazie fra maggioranza e opposizione. Ma cosa penseranno i suoi adepti dell’ultima campagna acquisti? De Luca, che a un certo punto era arrivato a paragonare Schifani a San Francesco dopo averlo definito un ologramma, in queste ore è sceso a patti col diavolo. Nulla di trascendentale – penserete – per uno impegnato da mesi nelle sedute spiritiche per scegliersi i compagni d’avventura. Eppure sorprende che Scateno, uomo e guitto tutto d’un pezzo, abbia ceduto alla più classica delle derive politiche: il trasformismo.
E che trasformismo: Totò Lentini, Marco Forzese, Andrea Mineo, Mauro Pantò. Politici consumati, reduci di partiti in disfacimento, amministratori appena usciti da altre esperienze e protagonisti del cuffarismo che ritrovano improvvisamente la verginità sotto le insegne di Sud chiama Nord. Sono loro i pionieri della rivoluzione deluchiana.
Totò Lentini è appena sceso dal vagone del Movimento per l’Autonomia ed è salito su quello di De Luca. Tre volte deputato regionale, era amministratore unico di Palermo Energia, società della Città metropolitana. Il rapporto con Roberto Lagalla è precipitato dopo la mancata approvazione del bilancio e le contestazioni rivolte alla gestione della partecipata. Lentini si è dimesso, ha denunciato ragioni politiche, ha accusato il sindaco di averlo tradito ed è stato dichiarato fuori dal Mpa. Poche ore dopo, eccolo accolto da De Luca.
Marco Forzese proviene invece da Noi Moderati. Ex deputato regionale e veterano di diverse esperienze centriste e autonomiste, è stato accolto e immediatamente promosso vice coordinatore regionale di Sud chiama Nord. Il partito che ha lasciato lo ha accusato di opportunismo e di avere tradito la fiducia ricevuta. De Luca, naturalmente, considera il suo arrivo la conferma che il movimento è diventato il nuovo baricentro della scena politica isolana.
Andrea Mineo, invece, rappresenta il ponte con Palermo e, soprattutto, con ciò che resta della galassia cuffariana. Ex assessore nella giunta Lagalla (“sacrificato” per dare uno schiaffo a Miccichè), è stato espressione di Forza Italia, Fratelli d’Italia, Democrazia Cristiana. I consiglieri comunali Natale Puma e Totuccio Di Maggio, provenienti da Forza Palermo e prima ancora dal partito di Cuffaro, hanno portato Scateno dentro Sala Martorana.
Ma il reclutamento più significativo resta quello di Mauro Pantò. Per trovarlo, De Luca è andato a rovistare nella pattumiera del cuffarismo. Pantò, farmacista, candidato alle Regionali con la Democrazia cristiana e poi nominato presidente della Sas, si è dimesso nel marzo scorso dopo le inchieste sulle assunzioni e sulle promozioni nella più grande partecipata della Regione. Le cronache hanno documentato una trama di rapporti che conduceva a parenti e persone vicine a deputati, ex parlamentari, consiglieri comunali ed esponenti politici.
Sono arrivati esposti alla Procura della Corte dei conti, accertamenti della Regione e l’apertura di un approfondimento da parte della commissione Antimafia dell’Ars. Alla Sas aveva preso forma l’immagine più classica e indecente del potere siciliano, quella di una società pubblica trasformata in luogo di assunzioni, promozioni, segnalazioni e riconoscenze. Pantò si dimise insieme agli altri componenti del consiglio d’amministrazione.
Ed è proprio lui, oggi, uno degli uomini con cui De Luca vorrebbe liberare la Sicilia dalla vecchia politica. È qui che il governo di liberazione comincia ad assomigliare a un Cuffaro 2.0. Non per le vicende giudiziarie dell’ex presidente, che appartengono alla sua storia personale, ma per il metodo politico: l’elasticità delle alleanze, la prevalenza dei rapporti personali, la capacità di raccogliere uomini provenienti da ogni parte e di offrire a ciascuno una funzione, una prospettiva, una nuova occasione.
Nel frattempo, mentre recluta Lentini, Forzese, Mineo e Pantò, De Luca promette gli assessorati al centrosinistra. Luigi Sunseri al Bilancio, Nello Dipasquale all’Agricoltura, Fabio Venezia ai Beni culturali. Un esponente del Movimento 5 Stelle e due deputati del Partito Democratico inseriti unilateralmente nella giunta ideale di un presidente che non ha ancora una coalizione. E mentre dialoga con Davide Faraone e lancia segnali al campo progressista, continua a imbarcare uomini provenienti dal centrodestra. Alla sinistra offre le poltrone più prestigiose, alla destra garantisce un rifugio per i suoi fuggiaschi, al cuffarismo assicura una nuova casa (si era vociferato persino di una federazione con la Dc, che però ha un flirt in corso con la Lega).
La politica siciliana ha spesso premiato chi riesce a tenere insieme interessi diversi senza pretendere coerenza. Ma almeno si risparmi la retorica della rivoluzione, dei pionieri e della liberazione. Non si libera la Sicilia restituendo una poltrona a chi l’ha appena persa altrove, né si combatte la “banda bassotti” arruolandone gli ex componenti. Cateno non ha ancora scelto da quale parte stare. Vuole essere necessario a tutti: al centrosinistra, al centrodestra, ai trasformisti. Più che il sindaco di Sicilia, si prepara a diventarne il grande ufficio di collocamento.


