Giuseppe Sottile

Il Bullo come un eroe
della Sesta Giornata

Guardate con attenzione le foto dei festeggiamenti al San Paolo Hotel di Palermo. Ci troverete, oltre alla faccia rassicurante di Roberto Lagalla, il vincitore indiscusso di questa tornata elettorale, anche i volti compiaciuti di coloro che hanno fatto di tutto per consentire all’ex rettore di diventare sindaco della città. Ci troverete Francesco Cascio, che era già in gara e si è ritirato quando la sua campagna era già bene avviata. E ci troverete Carolina Varchi, alla quale Fratelli d’Italia aveva promesso una marcia trionfale. Noterete poi che, tra quelle facce, spunta una testolina impomatata che con la vittoria di Lagalla non c’entra nulla. E’ la testolina del Bullo, l’infingardo che ha rifiutato di scendere in campo. Leonardo Sciascia, ricordando le sanguinose Cinque giornate di Milano, lo avrebbe catalogato tra gli..

Leoluca, un sindaco
forse da dimenticare

Il più lucido è sempre lui, Roberto Alaimo, lo scrittore che ha sperimentato sulla propria pelle che cosa è stato, per oltre trent’anni, l’orlandismo. Lui, che è un intellettuale onesto, non si è unito al coro delle riverenze e delle nostalgie per Leoluca. Tutt’altro. Ha scritto su Facebook che il sindaco di Palermo prima ha acceso la luce e poi l’ha spenta. “Al buio eravamo e al buio siamo tornati. Adesso peggio: pure con il rimpianto”. Non poteva esserci epigrafe più sferzante. Leoluca Orlando ha conquistato il potere sulla fanfara dell’antimafia. Ha incipriato il suo cinismo con slogan di grande effetto. Si è inventata la “primavera di Palermo”. Ha teorizzato il sospetto come anticamera della verità. Ha sputacchiato su Giovanni Falcone. Ha acceso tante speranze e, una dopo l’altra, le..

Le radici dell’antimafia
erano in quel giornale

Le radici dell’antimafia erano lì, nelle stanze di un giornale piccolo e coraggioso; nella rivoluzione silenziosa di un direttore, colto e intelligente, che non si lasciò intimidire dai bulli del suo tempo; nell’azione quotidiana di quattro cronisti, cocciuti e testardi, che non accettavano le verità sussurrate dai palazzi del potere e cercavano ogni giorno, a rischio della vita, ciò che si nascondeva dietro la facciata dell’ufficialità, del perbenismo, del quieto vivere. Quel giornale era L’Ora di Palermo. Ieri sera, su Canale 5, è andata in onda la prima puntata di una fiction che ripercorre, con un ritmo ellittico e lampeggiante, gli anni in cui la città sembrava definitivamente perduta, in cui i boss e i picciotti di Cosa Nostra spadroneggiavano e ammazzavano senza ritegno e senza pietà. L’Ora, con la..

L’inchiostro de L’Ora
e il piombo dei boss

Quelli che domenica scorsa hanno visto su La7 il penoso teatrino di Massimo Giletti, inviato a Mosca per farsi prendere a torte in faccia dai propagandisti del Cremlino, abbiano la bontà di guardare stasera, su Canale 5, la prima puntata di una bella fiction dedicata a L’Ora di Palermo, il piccolo giornale di piazzale Ungheria che ebbe la forza e l’intelligenza di sfidare la mafia dei boss e dei picciotti, degli agguati e delle lupare bianche, delle trame nere e delle complicità politiche, della speculazione edilizia e dell’impunità. Guardatelo stasera questo film, magnifico e potente, sulla Palermo degli anni roventi. E guardate soprattutto l’interpretazione di Claudio Santamaria nel ruolo di Vittorio Nisticò, il direttore che per contrastare la violenza di Cosa Nostra seppe inventarsi un giornalismo nuovo, moderno, coraggioso, mai..

Giletti da Mosca
Boiata pazzesca

Una fanfaronata? Una boiata pazzesca? Una scemenza? Scegliete voi la definizione più appropriata. Ma prima leggete la cronaca di ciò che ha apparecchiato domenica sera, per La7, l’intrepido Massimo Giletti, il conduttore che ogni settimana cerca di stupirci con le sue piroette e con i suoi funambolismi. Tutto, tranne i fatti. Giletti – povero giornalismo – ha raggiunto vette inestimabili di ridicolaggine. Ha aperto con una brodosa intervista a Massimo Cacciari, filosofo da talk-show: avrebbe potuta farla da Roma, comodamente seduto in studio. Poi ha cercato di collegarsi via Skype con la portavoce del ministro degli esteri Lavrov – anche questo si poteva fare benissimo da Roma – ma nonostante le genuflessioni la signora del Cremlino non ha risparmiato le torte in faccia a lui e all’Italia. Ha trasformato l’immane..

Da Ambelia a Cannes.
Gli sprechi?
Vedi alla voce stampa

Gli ultimi sprechi della giunta regionale presieduta da Nello Musumeci si trovano sotto la voce “stampa e comunicazione”. Una pratica, obliqua e sotterranea, attraverso la quale una montagna di denaro pubblico finisce per foraggiare, senza regole e senza controlli, siti, agenzie, giornaletti e pubblicazioni che poco o nulla hanno a che fare con l’informazione. Nel tentativo di fare luce su un malcostume ormai dilagante ho scritto una lettera aperta a Roberto Gueli, presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia. Eccola. “Caro Roberto, mi rivolgo a te perché conosco la tua serietà professionale e l’idea – ancora nobile e incontaminata – che tu hai del giornalismo. Questo mestiere non attraversa certamente un periodo florido. L’età dell’oro è tramontata da parecchio tempo ed è difficile per tutti, redattori ed editori, garantire una informazione..

La preghiera della Sicilia
alla Giorgia dei miracoli

Manco a dirlo, glielo aveva suggerito il Balilla: “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”. Giorgia Meloni aveva elevato agli altari Nello Musumeci e aveva appena beatificato l’eroico e operoso governo di Sicilia. A quel punto, perché non cantare anche un inno di gloria al Bullo, che ogni giorno sparge su Palazzo d’Orleans tanta luce di saggezza? E perché non intonare un’ode di riconoscenza anche al Corazziere che in momento di cieca e assoluta devozione al proprio Presidente e alla propria moglie aveva invaso un territorio di Santa Romana Chiesa? L’impresa, in quel di Troina, collegio elettorale della sua sposa, non andò purtroppo a buon fine: i reverendi canonici dell’Oasi ebbero vergogna di tanto zelo clientelare e rovinarono la festa. Ma tu, Giorgia, abbi coraggio: regala un’aureola di santità anche al Bullo..

Ciò che la Ducetta
non vede, non sente

Giorgia Meloni è simpatica, vispa, frizzante. Ha la politica nel sangue. Ha camminato per anni nel deserto e ora si gode la frescura di una folla che l’abbraccia con passione e di un sondaggio che la proietta ai vertici della scena politica italiana. Ha un difetto: non vede e non vuole vedere. Si è fatta della Regione e, in particolare, del presidente Musumeci, un’idea che contrasta con la realtà. Lei crede che questo sia “il governo del fare” e invece è il governo che in cinque anni non ha saputo fare una sola riforma: i rifiuti sono lì che – dopo dieci, cento bocciature – ancora aspettano una soluzione di decenza. Lei crede che questo sia il governo della legalità e della trasparenza e invece basta vedere gli abusi e..

Quelli che suonano
il piffero a Musumeci

Il governatore Nello Musumeci ha fatto sapere di avere già iniziato la raccolta fondi in vista delle prossime elezioni regionali. Ma che bisogno c’era? Da oltre un anno il suo cerchio magico foraggia siti e agenzie pubblicitarie, blog e reti televisive: insomma, quella allegra paccottiglia, che va sotto la definizione altisonante di “informazione e comunicazione”. Quasi tutti i destinatari sono amici degli amici, pagati profumatamente per suonare il piffero al re. Per la missione al Festival di Cannes, il Balilla ha speso oltre due milioni di euro; duecentocinquanta mila sono stati bruciati sotto la voce “stampa e comunicazione”. Per i cavallucci di Ambelia e per i giochi assegnati all’Ippodromo di Palermo sono volati cinque milioni; oltre quattrocentomila euro sono andati a stampa e stampisti di sicura fede e genuflessione. Viva..

L’insopportabile frittata
delle nostre anime belle

Lo confesso: non sopporto più le anime belle. E’ dal 23 maggio, giorno delle commemorazioni di Giovanni Falcone, che alzano il ditino dell’indignazione perché Roberto Lagalla, candidato del centrodestra a sindaco di Palermo, non è salito sul palco e non ha avuto il coraggio di affrontare a viso aperto il teatrino del linciaggio che Pif e tutta l’allegra compagnia avevano preparato per lui. Le anime belle riescono sempre a rivoltare la frittata. Lo scandalo, quel giorno, non era la sedia vuota di Lagalla. Ma la presenza sul palco di Leoluca Orlando: lo stesso personaggio che, oltre trent’anni fa, aveva insultato e mortificato Falcone con la lugubre impostura delle “prove nascoste nei cassetti”. Nessuno che abbia chiesto al “sindaco dei trent’anni” conto e ragione di quella balorda scempiaggine né del suo..

Gerenza

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