Giuseppe Sottile

Il sonno del Presidente
sullo scandalo Ems / 2

Mi dicono i soliti bene informati che il governatore Musumeci, allarmato dall’odore di scandalo proveniente dall’Ente Minerario, ha chiesto di vedere oltre alla delibera 92 del febbraio 2018 – quella che ha defenestrato la vecchia liquidatrice Rosalba Alessi – anche il contratto con il quale la nuova liquidatrice dell’Ems, Anna Lo Cascio, ha messo su, tra Palermo e Londra, un gioco d’azzardo pari a venti milioni di euro. Mi dicono pure che il presidente della Regione, immacolato maestro dell’onestà-tà-tà, avrebbe scoperto che tra i protagonisti del gioco sottoscritto dalla dottoressa Lo Cascio ci sarebbe anche l’intermediario d’affari che il Bullo ospita spudoratamente nella sua stanza. Il buon Musumeci, va da sé, è inorridito. Ma come sempre ha preferito tacere: se mai dovesse arrivare la magistratura potrà sempre dire che non..

Il sonno del Presidente
sullo scandalo dell’Ems

Stento a credere che il governatore Musumeci, maestro reverendissimo dell’onestà-tà-tà, non abbia annusato l’odore di scandalo che arriva dall’Ente minerario, un carrozzone in disarmo da ventitré anni, ma ancora utile per politici e avventurieri in cerca di affari. Stento a credere che il nostro bravo Presidente della Regione non abbia avuto la curiosità di guardare oltre la delibera numero 92 del febbraio 2018 e di capire a che cosa sarebbe servita la defenestrazione della vecchia liquidatrice, la professoressa Rosalba Alessi, e la sostituzione con Anna Lo Cascio, un’impiegata dell’assessorato al Bilancio molto vicina al vice presidente Gaetano Armao. Ne siamo certi: Musumeci ha guardato le carte e, quasi certamente, è inorridito. Ma ha preferito tacere. Se mai, sullo sporco intrigo, dovesse arrivare la magistratura, potrà sempre dire che non c’era..

La legge del Bullo
non è uguale per tutti

Anche i bambinetti dell’asilo sanno che al mondo ci sono figli e figliastri. Non potevano sapere – poveri innocenti – che la Regione siciliana avrebbe rovesciato il principio, ancora in uso nelle democrazie di tutto il mondo, secondo il quale “la legge è uguale per tutti”. A Palazzo d’Orleans un Bullo, travestito da azzeccagarbugli, ha dettato all’Irfis una nuova Carta costituzionale: “I favori della legge si applicano prima agli amici e poi, se restano soldi e tempo, anche ai nemici”. Si riferiva alla legge per l’editoria. Con la sua vocina da gerarca minore, il Boiardo ha preteso che per i quattro quotidiani cartacei la graduatoria debba chiudersi entro il 30 giugno: ha fretta di gratificarli subito con un milione e ottocentomila euro. Mentre tutti gli altri possono allungare il collo..

La fatal Verona
delle impuntature

Com’è lontana Verona dalle promesse e dagli inganni dei sondaggi. Era la città dove il centrodestra avrebbe potuto stravincere, dove il sindaco uscente di Fratelli d’Italia, Federico Sboarina, aveva per cinque anni governato bene, benissimo. Ma ieri sera, al ballottaggio, è diventata la Verona dell’ignavia e del gran rifiuto, la Verona del centrosinistra, la fatal Verona. E sapete perché? Semplicemente perché Sboarina, in un impeto di arroganza, ha contrapposto alle ragioni della politica una sua impuntatura: ha detto no, fortissimamente no ai voti che gli offriva Flavio Tosi, il candidato di Forza Italia sconfitto al primo turno. E così facendo ha consegnato il comune a Damiano Tommasi, l’enfant prodige del centrosinistra. Una lezione crudele per Giorgia Meloni e anche per Nello Musumeci. Le impuntature possono trasformare anche la Sicilia in..

Nel palazzo c’è un re
magnifico e mendicante

Un presidente così ce lo sognavamo. Dobbiamo rendere grazie a Dio per averci dato un Musumeci così svelto di pensiero e di trasfigurazione. Altro che giocatore d’azzardo. Madame du Deffand lo avrebbe definito un débauché d’esprit. Nel volgere di due giorni ha dimenticato i fischi di Taormina e l’ironia di Ficarra & Picone, il flop delle amministrative e la tumulazione di Diventerà Bellissima, le scorrerie del Bullo e le volgarità del Balilla, le invasioni del Corazziere e le staffilate di Gianfranco Miccichè. Ha dimenticato persino le parole che lui stesso ha pronunciato davanti a Sant’Agata: “Tolgo il disturbo”. Ed ancora lì che piagnucola, che fa la vittima, che intravede complotti e congiure, che scarica ogni colpa sulle spalle dei siciliani, che cerca riparo sotto la tenda di Giorgia Meloni. Per..

Toglietemi tutto
ma non il mio Bullo

Toglietemi tutto ma non il mio Bullo. Toglietemi Musumeci e l’intera giunta regionale, toglietemi il Corazziere e tutti i catanesi di contorno. Toglietemi persino il Balilla e le sue allegre scampagnate nella volgarità del suca. Toglietemi pure i campieri e i sovrastanti che da cinque anni pascolano nelle segrete praterie di Palazzo d’Orleans. Ma il Bullo no. Lui è il simbolo e il portabandiera di tutti gli avventurieri per i quali la politica è soprattutto un affare privato, un’opportunità di carriera, un diritto acquisito sulla strada del privilegio e della sopraffazione. Lasciatelo nelle mie tenere mani. Vi racconterò tutte le sue imprese, i suoi colpi di teatro, tutti gli sfracelli e tutte le sue scempiaggini. Vi coinvolgerò in un giallo dell’estate degno di Agatha Christie e in una caccia al..

Una domanda blasfema
su Taobuk e la “casta”

Dio solo sa quanti chilometri abbiamo macinato, da Torino a Ragusa, per non perdere una sola edizione del Salone del libro o di “A tutto volume”. Dio solo sa quante presentazioni di Elvira Terranova ci siamo sorbite: tutte belle, tutte svolazzanti, tutte impregnate di densa cultura e profonda umanità. Ma davanti a Taobuk, appuntamento per signore ricche e annoiate, viene spontaneo chiedersi: a cosa serve una parata con oltre duecento ospiti e con un impudico diluvio di sfarzo e di spreco? Serve alla Sicilia o agli albergatori di Taormina? O serve a beatificare una elite politica e letteraria; a elevare sull’altare della mondanità Musumeci e il Bullo, e pure il Balilla che, dato il contesto, ci ha almeno risparmiato il suca? Ponetevi queste domande blasfeme. Poi chiedete ai librai di..

Ma nella felice Palermo
nessuno paga pegno

Nella felicissima città di Palermo non paga pegno nessuno. Ricordate gli allegri presidenti di seggio che la mattina delle elezioni, dovendo scegliere tra calcio e democrazia, hanno preferito non aprire bottega per godersi la partita del cuore? Non c’è stata autorità che abbia avvertito il bisogno di convocare uno dei disertori per chiedergli conto e ragione: né il sindaco uscente né il sindaco entrante; né un magistrato inquirente né un giudice d’Appello. E ricordate la sceneggiata del Balilla con i sindacati che gli chiedevano notizie sugli scandali dell’Orchestra sinfonica? Lui, il Cavaliere del Suca, li ha presi a pesci in faccia. Con la sua arroganza e la sua volgarità. Ma non c’è stato un Presidente della Regione che lo abbia richiamato alla decenza. Musumeci miagola di legalità ma non ha..

Il gioco a nascondere
dei Musumeci boys

Gioco a nascondere. Se cercate la dolce vaghezza in una poesia, potete trovarla nei Canti Barocchi di Lucio Piccolo, un prezioso libricino pubblicato da Mondadori nel 1960. Se cercate invece la fuffa della politica, sfogliate le candidature e i voti di lista riportati da Fratelli d’Italia. Scoprirete che il successo di Giorgia Meloni – non proprio strepitoso, in verità – è servito a Nello Musumeci per nascondere il proprio insuccesso. Del baldanzoso partito del Governatore – si chiamava “Diventerà bellissima” – non si è saputo più niente. L’abbraccio soffocante con Fratelli d’Italia rende tutto indistinto. A parte i due punti segnati da Alessandro Aricò - il neo assessore regionale ha piazzato, al Comune di Palermo, Rini e la giovanissima Canzoneri - degli altri non brilla nessuno. La corazzata catanese di..

Si chiude il lungo
regno di Orlando.
Senza rimpianti

"Dove sono le mie legioni?”. Per trentotto anni ha dominato la Palermo “regia e conventuale” con l’alterigia dell’uomo mandato dalla provvidenza per redimerla da tutti i peccati, per liberarla dai boss e dai picciotti di Cosa nostra, per purificare ogni vicolo del centro storico e ogni angolo di periferia. Ma ieri, quando ha lasciato Palazzo delle Aquile per fare posto al nuovo sindaco della città, sembrava stordito e smarrito come l’imperatore Augusto dopo la disfatta di Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo: “Varo, ridammi le mie legioni”. Per trentotto anni ha governato nel nome dell’antimafia e ha incipriato il suo potere con slogan, beceri e ribaldi: “Il sospetto è l’anticamera della verità”, predicava in giro per le chiese dei gesuiti e per le aule dei tribunali. E se qualcuno..

Gerenza

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