Il Pd siciliano ha un talento speciale: sembrare assente anche quando parla. Il governo Schifani arranca tra scandali, inchieste e una maggioranza che si tiene insieme per istinto di sopravvivenza. Sarebbe il momento per imbastire una opposizione vera, mordace, intransigente (almeno sulla questione morale). Invece il Partito Democratico fischietta. Guarda il disastro del centrodestra, lo commenta, ogni tanto lo denuncia, poi torna a occuparsi di se stesso.
L’ultimo episodio è una intervista del segretario regionale, Antony Barbagallo, a Live Sicilia. In cui si parla della necessità di costruire un campo progressista largo, inclusivo, fondato su un programma, lontano dalle “mancette” e dalla distribuzione clientelare delle risorse. Come? A partire da “un programma che sia frutto di una grande campagna di ascolto e confronto con le parti sociali, l’associazionismo, i movimenti giovanili e le forze sane della nostra terra. La parola d’ordine sarà: contaminazione”. Ma il problema del Pd è la distanza siderale tra le parole e la forza politica necessaria per renderle credibili.
Barbagallo invoca le primarie, ma il ricordo più vicino è quello del 2022, quando le primarie furono fatte davvero, Caterina Chinnici vinse e l’alleanza si sfasciò prima ancora di cominciare la campagna elettorale (per una contrapposizione romana che portò il M5s a esprimere un proprio candidato). La Chinnici peraltro si riscoprì berlusconiana, prima di tornare a Bruxelles per la terza volta. Ecco: tornare a parlare di primarie, quando ci separano circa 12 mesi dal voto, sembra uno scherzo.
Intanto gli altri occupano lo spazio. Ismaele La Vardera si è già candidato, dicendo che non farà un passo indietro (tranne se non si scoprissero candidature altrettanto autorevoli…). Cateno De Luca, che ha più fiuto politico di molti strateghi da tavolino, ha subito capito il punto e ha posto la domanda che il Pd avrebbe dovuto porsi da solo: chi comanda nel campo largo? Chi è autorizzato a trattare? La Vardera è un candidato della coalizione, o fa gara a sé?
La scena, vista da fuori, è quasi comica. Il Partito Democratico vorrebbe essere il perno dell’alternativa, ma non riesce nemmeno a stabilire chi siano gli alleati, chi i concorrenti, chi dei semplici disturbatori. Con La Vardera si apparenta in alcuni comuni, con De Luca in altri. Poi però, quando bisogna dire se possono stare dentro il progetto regionale, si ricomincia con le formule elastiche: “Il tema fondamentale – ha proseguito Barbagallo – resta quello di costruire una coalizione larga, inclusiva, capace di garantire discontinuità, forte di una piattaforma programmatica seria. Un atto d’impegno e onestà nei confronti dei siciliani”.
Persino le amministrative, rivendicate come una vittoria del campo progressista, raccontano una verità meno trionfale. A Enna ha vinto Crisafulli, e lo ha fatto anche perché nel simbolo non c’era il Pd. La battuta attribuita al vecchio “Mirello” vale più di molte analisi: hanno fatto bene a non darglielo, così ha preso più voti.
E dentro il partito, infatti, nessuno si fida più di nessuno. Energia Popolare e Left Wing hanno chiesto a Barbagallo di farsi da parte, mettendo sul tavolo percentuali imbarazzanti nei comuni sopra i quindicimila abitanti. Antonio Rubino lo aveva già detto con chiarezza: Barbagallo faccia un passo indietro. Fabio Venezia, dopo il caso Enna, ha usato la stessa formula. Giovanni Burtone, deputato regionale e sindaco di Militello, ha scritto a Elly Schlein denunciando una concezione padronale del partito, una pratica quotidiana di delegittimazione del dissenso, una debolezza strutturale che le vittorie di coalizione non possono coprire.
Non è una scaramuccia, ma la prosecuzione del congresso dei veleni. L’assemblea del gennaio 2025, quella finita tra urla, sospetti, accuse e assalti al tavolo della presidenza, non è stata un incidente folcloristico. Ma la fotografia del Pd siciliano. Da una parte chi voleva le primarie, dall’altra chi ha imposto il voto degli iscritti. In mezzo, ricorsi, commissioni di garanzia, accuse di brogli, l’intervento del Nazareno, Nico Stumpo spedito in Sicilia come paciere di una guerra tribale. Alla fine Barbagallo è stato riconfermato, ma con mezzo partito fuori dalla sala e una ferita rimasta aperta. “Assistiamo a una gara senza premi fra quelli che chiedono le mie dimissioni al mattino, perché allargo troppo il campo. E quelli che, invece, le chiedono alla sera, perché questo campo lo restringo troppo”, ha certificato il leader di Pedara.
Ciò che resta è un partito d’opposizione allo sbando. Il primo test di maturità arriverà con le variazioni di bilancio, nel prossimo luglio (400 milioni in palio). Perché lì, lontano dalle interviste sui giornali e dai regolamenti di conti, si capirà se il gruppo parlamentare ha imparato a fare opposizione o se preferirà portare a casa qualche contributo, qualche contentino territoriale da rivendere come risultato.
La domanda allora è semplice: il Pd siciliano vuole essere l’alternativa di Schifani & Co.? Vuole rompere il sistema delle prebende o trattare la propria quota dentro quel sistema? Vuole dire ai siciliani che esiste un’altra idea di Regione o limitarsi ad aspettare che Schifani cada da solo, consumato dai suoi alleati e dai suoi guai? Perché questa è l’illusione più pericolosa: pensare che basti il fallimento del centrodestra per vincere. Non basta. In Sicilia il centrodestra può anche perdere pezzi, credibilità e decenza amministrativa, ma se dall’altra parte trova un partito che fischietta, continuerà a respirare.


