C’è una frase di Roberto Saviano che mi è rimasta in testa. Dice che l’Italia si è seduta a tavola davanti a Garlasco con coltello e forchetta. Che una ragazza morta è diventata una serie da rilanciare stagione dopo stagione. Che non è più cronaca ma consumo, niente a che fare con la ricerca della verità ma puro intrattenimento. E sapete una cosa? Una parte di verità c’è. Perché negli ultimi mesi abbiamo visto di tutto: detective da social, esperti improvvisati, piste improbabili, ricostruzioni fantasiose, analisi fatte in diretta come se un’indagine fosse una partita di calcio commentata minuto per minuto. A volte il buon senso è sembrato sparire. Ma davvero basta questo per liquidare tutto come tifo? Davvero chiunque parli di Garlasco è soltanto uno spettatore che consuma il dolore degli altri? Non sono d’accordo.

Roberto Saviano è l’autore di Gomorra. Un libro importante, coraggioso, necessario. Un libro che ha raccontato la camorra come pochi avevano saputo fare. Ma che poi è diventato anche una serie televisiva, un marchio globale, un fenomeno culturale seguito da milioni di persone in Italia e nel mondo. A Saviano mi verrebbe da chiedere: quando milioni di spettatori guardavano boss, sparatorie, guerre di clan e regolamenti di conti, stavano forse usando posate diverse?

Attenzione, non sto dicendo che sia la stessa cosa. Sarebbe sciocco e intellettualmente disonesto. La denuncia della camorra ha avuto e continua ad avere un valore civile enorme. Saviano ha pagato un prezzo personale altissimo per il suo lavoro e nessuno può negarlo. Ma proprio per questo il ragionamento merita di essere approfondito. Perché anche chi oggi discute di Garlasco può sostenere di affrontare una questione civile: quella della giustizia. Un conto è trasformare il Paese in un esercito di criminologi da salotto. Un altro è interrogarsi sul funzionamento delle indagini, sul peso delle prove, sulla solidità delle sentenze. Discutere di giustizia non significa necessariamente fare spettacolo. Lo sa bene anche Saviano che negli ultimi tempi con aria sofferente ha fatto dei video su YouTube, ha partecipato a incontri pubblici, dibattiti e approfondimenti dedicati proprio al caso di Garlasco. Ha espresso opinioni, ha analizzato aspetti della vicenda, ha contribuito al dibattito. Legittimamente. Fa parte del confronto pubblico. Ma allora, proprio sulla base di questo, viene spontaneo chiedersi: se discutere di Garlasco è sempre e comunque una forma di consumo del dolore, perché discuterne pubblicamente? Se il rischio è quello di trasformare una tragedia in spettacolo, quel rischio non riguarda forse tutti coloro che intervengono nel dibattito, giornalisti, scrittori, opinionisti e commentatori compresi?

La verità è che il problema non può essere semplicemente il fatto che se ne parli. Perché una democrazia vive anche di discussione pubblica. Vive di domande. Vive perfino di dubbi. Il problema semmai è il modo in cui se ne parla. Con quale rigore. Con quale onestà intellettuale. Con quale rispetto per i fatti.

E qui il paragone con Gomorra diventa interessante non per equiparare due realtà diversissime, ma per osservare un fenomeno umano che si ripete. Quando uscì Gomorra, e ancora di più quando arrivò la serie televisiva, gli stereotipi furono tantissimi. Da una parte c’era chi accusava Saviano di aver trasformato i criminali in icone pop. Dall’altra c’era un pubblico enorme che finiva per empatizzare con i personaggi sbagliati.

Quanti spettatori hanno tifato per Ciro Di Marzio, per l’Immortale? Quanti hanno esultato per le sue vendette, per le sue scalate criminali, per la sua capacità di sopravvivere a tutto? Quanti ricordano i nomi dei magistrati, dei poliziotti, degli imprenditori che combattono davvero la camorra con lo stesso trasporto emotivo con cui ricordano le battute di Ciro o di Genny Savastano? Me lo chiedo perché raccontare il male non significa automaticamente generare consapevolezza sul male. A volte accade il contrario. A volte il pubblico si innamora del cattivo. A volte la narrazione produce identificazione dove avrebbe dovuto produrre distanza critica. A volte il “cattivo” diventa un prodotto commerciale. Non per colpa dell’autore, necessariamente. È un meccanismo antico quanto il racconto umano. Ma esiste.

Eppure nessuno si sognerebbe di dire che Gomorra non dovesse essere raccontata per questo motivo. Nessuno direbbe che il fatto che alcuni spettatori abbiano trasformato Ciro l’Immortale in un eroe o che quelle serie televisive hanno macinato milioni di euro renda illegittimo il lavoro di denuncia che stava all’origine dell’opera. Si distingue tra il valore del racconto e gli effetti distorti che una parte del pubblico può produrre.

Perché allora questa distinzione sembra diventare più difficile quando si parla di Garlasco? Perché se è vero che esistono i tifosi delle inchieste, è altrettanto vero che esistono persone che seguono il caso perché hanno dubbi, perché vogliono capire, perché ritengono che il funzionamento della giustizia riguardi tutti. Non necessariamente perché cercano emozioni forti o intrattenimento.

Il rischio, altrimenti, è quello di costruire una caricatura. Da una parte i buoni che difendono il rispetto per le vittime. Dall’altra una massa indistinta di curiosi morbosi. Ma la realtà è quasi sempre più complessa delle caricature.

Ci sono certamente contenuti indecenti sulla morte della povera Chiara Poggi, speculazioni, teorie assurde e personaggi che trasformano qualsiasi tragedia in occasione di visibilità. Esistono e sarebbe ingenuo negarlo. Ma esistono anche giornalisti seri, studiosi, avvocati, cittadini che affrontano questi temi con attenzione e senso di responsabilità. Mettere tutto nello stesso calderone rischia di essere una semplificazione tanto pericolosa quanto quelle che si vorrebbero denunciare.

La questione vera, secondo me, non è decidere se bisogna o no parlare di Garlasco. La questione è come se ne parla. Con rigore, con il giusto garantismo, senza fanatismi. Ridurre tutto a una curva da stadio, a un derby tra innocentisti e colpevolisti, rischia di essere una semplificazione tanto pericolosa quanto le suggestioni che Saviano detesta. Dentro quell’intrattenimento che lui denuncia ci sono anche domande legittime. Domande che non nascono solo dalla curiosità morbosa, che pure abbonda tra i fruitori di programmi “true crime”, ma dal bisogno di capire e di fidarsi della giustizia.

Forse allora, caro Saviano, non bisogna chiedersi se gli italiani mangino davanti a Garlasco con coltello e forchetta. Forse bisogna chiedersi perché quelle posate diventano scandalose oggi mentre sembravano accettabili quando milioni di persone consumavano le storie di Gomorra. Bisogna riconoscere che ogni grande racconto pubblico, che riguardi la criminalità organizzata o un caso giudiziario che divide il Paese, genera inevitabilmente partecipazione, emozione, identificazione e perfino distorsioni. Non possiamo giudicare un tema soltanto dagli eccessi del suo pubblico.

Sarebbe ingiusto sostenere che chiunque si interessi a Garlasco sia mosso esclusivamente da voyeurismo o da spirito da tifoseria. Altrimenti dovremmo concludere che Gomorra è stata soltanto una macchina da soldi o una fabbrica di miti criminali perché qualcuno tifava per Ciro l’Immortale. E sarebbe una conclusione profondamente ingiusta.