In Sicilia la sanità vive da anni dentro una promessa di svolta che non arriva mai. Le liste d’attesa erano state indicate dal governo Schifani come una priorità assoluta, il terreno su cui giudicare anche i manager delle aziende sanitarie. A quasi quattro anni dall’inizio della legislatura, però, i dati di Agenas raccontano un’altra storia: l’Isola arretra proprio dove il sistema dovrebbe garantire risposte rapide.
L’ultimo monitoraggio dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali toglie la discussione dal campo delle intenzioni e la riporta a quello dei risultati. In Italia si registra una «diffusa tendenza al miglioramento». In Sicilia no. Tra il primo quadrimestre del 2025 e quello del 2026 peggiora la capacità di garantire nei tempi previsti sia gli esami diagnostici sia le prime visite. Il dato pesa ancora di più perché arriva dopo piani operativi, risorse stanziate, accordi con il privato accreditato, cambi di assessori e richiami alla responsabilità dei manager.
La difficoltà maggiore riguarda gli esami diagnostici. A livello nazionale le prestazioni vengono erogate nei tempi nell’84,7 per cento dei casi. In Sicilia ci si ferma al 72,8, con un arretramento di quattro punti rispetto all’anno precedente. Il sistema regge meglio quando la prestazione può essere programmata a distanza, ma si indebolisce proprio davanti alle richieste più urgenti. Per gli esami da garantire entro tre giorni, nel 2026 i tempi sono stati rispettati solo nel 55,1 per cento dei casi. Era il 67,5 per cento l’anno prima. Significa che quasi un cittadino su due, anche con una prescrizione urgente, non riceve una risposta entro la soglia prevista.
Il problema non è astratto. Un’ecografia della mammella urgente rispetta i tempi solo nel 23,6 per cento dei casi. La colonscopia, anche quando è indicata come urgente, viene eseguita entro la soglia corretta solo nel 40 per cento dei casi. Non siamo davanti a un semplice picco di domanda, ma a un nodo organizzativo che il sistema regionale non riesce a sciogliere.
Eppure l’abbattimento delle liste d’attesa era stato presentato dal governo regionale come una missione fondamentale fin dall’inizio. Già nell’ottobre del 2022, pochi giorni dopo l’elezione, Renato Schifani indicava le lunghe attese per le prestazioni specialistiche come una priorità. Nel luglio del 2023 arrivò il Piano operativo regionale, con 48,5 milioni di euro e l’obiettivo di rimettere in ordine il sistema, anche attraverso il privato accreditato e una migliore gestione delle agende. Nei mesi successivi – come racconta Accursio Sabella su “La Sicilia”, in una dettagliata ricostruzione – furono mobilitate altre risorse per aumentare le prestazioni e ridurre gli arretrati. La Regione scelse di presentare quella stagione come l’avvio di un cambio di passo. I dati di oggi dicono che quel cambio di passo, almeno per i cittadini in attesa, non si vede.
Nel 2024 la responsabilità fu caricata anche sulle spalle dei nuovi manager della sanità. Il rispetto del Piano regionale doveva diventare una condizione essenziale, fino alla revoca dell’incarico. Era una formula netta: risultati o decadenza. Ma a distanza di tempo molti manager sono rimasti al loro posto, altri sono stati travolti da vicende diverse, mentre il sistema delle attese continuava a mostrare le stesse crepe. La minaccia di mandare tutti a casa è rimasta più forte nelle dichiarazioni che negli effetti concreti.
Nel frattempo è cambiata anche la guida politica dell’assessorato alla Salute. Prima Giovanna Volo, poi Daniela Faraoni, infine Marcello Caruso, arrivato in una fase già avanzata della legislatura. Fin qui la sua presenza si è vista soprattutto su alcuni dossier simbolici, dall’inaugurazione del nuovo pronto soccorso del Sant’Antonio Abate di Trapani alle rassicurazioni sulla transizione della Cardiochirurgia pediatrica di Taormina e sul rapporto con il Bambino Gesù. Interventi importanti, ma non ancora sufficienti a indicare una direzione riconoscibile sul problema che più di altri misura la distanza tra il servizio sanitario e i cittadini.
Non si può negare che in Sicilia esistano strutture di qualità o professionisti capaci. Esistono, e spesso lavorano in condizioni complicate. Ma una sanità pubblica non può reggersi sulle eccellenze isolate, né sulla buona volontà dei singoli reparti.
In questo quadro si inserisce anche la norma approvata all’Ars su iniziativa del Movimento 5 Stelle, che introduce l’incompatibilità tra incarichi di vertice nelle aziende sanitarie e ruoli politici locali. È una risposta al caso Croce, direttore generale dell’Asp di Trapani e contemporaneamente assessore comunale a Giardini Naxos. È un passo utile, perché la sanità non può essere vissuta come una dependance degli equilibri di partito. Ma sarebbe ingenuo pensare che basti una norma sull’incompatibilità a liberare il sistema dalle sue “ingerenze”. La vera questione è pretendere che chi guida aziende complesse risponda davvero dei risultati, non delle appartenenze.
Agenas, con la nuova piattaforma, non si limita a fotografare il problema. Indica anche il metodo: serve un’organizzazione capace di governare le agende, recuperare i posti lasciati liberi, usare davvero le risorse disponibili e rendere semplice ciò che oggi per molti cittadini resta complicato persino all’inizio, cioè prenotare. E se cominciassimo da qui?


