La politica siciliana non si fa mancare nulla. Dopo l’inchiesta sulla sanità che ha travolto Totò Cuffaro – accusato di corruzione e traffico di influenze per i presunti condizionamenti su concorsi, nomine e appalti – la sanità continua a mietere “vittime”. L’ultima è Riccardo Gallo Afflitto, potente deputato di Forza Italia, finito al centro dell’indagine della Procura di Caltanissetta che prova a scoperchiare la rete familistica del Cefpas. Un centro di formazione trasformato, per gli inquirenti, in una succursale del consenso, con incarichi, consulenze e appalti costruiti ad hoc.

La Procura di Caltanissetta ha chiesto al gip provvedimenti cautelari per otto persone. Fra loro, oltre a Gallo Afflitto, compaiono il direttore del Cefpas Roberto Sanfilippo e il Direttore generale dell’Asp di Agrigento Giuseppe Capodieci. Sanfilippo avrebbe cercato protezione per restare al vertice del centro; Gallo Afflitto avrebbe ottenuto corsie preferenziali per persone a lui vicine, a cominciare dalla moglie. Per lei, secondo la ricostruzione dell’accusa, non ci sarebbero stati soltanto quattro incarichi di consulenza e poi un contratto a tempo determinato al Cefpas. Ma anche la sottoscrizione di un accordo quadro fra il centro di formazione e l’Asp di Agrigento, costruito in modo da consentire il distacco del personale e permetterle di lavorare ad Agrigento.

Il caso, peraltro, era già esploso sui giornali. Il 12 maggio l’assessore regionale alla Sanità, Marcello Caruso, aveva annunciato una commissione ispettiva per verificare la legittimità degli incarichi conferiti dal Cefpas “nelle ultime settimane”, sulla base di quanto pubblicato dagli organi di stampa. Correttezza e trasparenza, spiegava l’assessore, sarebbero state per il governo Schifani premesse “indispensabili e irrinunciabili”. Poi, però, è arrivata la Procura di Caltanissetta. Nel frattempo la Regione ha nominato Gianluigi Amico, dirigente regionale, come commissario straordinario dell’ente. Resterà in carica fino alla ricostituzione degli organi di amministrazione.

E così il Cefpas, che dovrebbe formare medici, infermieri e personale sanitario, diventa il simbolo perfetto dello scadimento morale: un luogo nato per produrre competenze e finito, ancora una volta, nel tritacarne delle clientele. Del resto, il contesto non aiuta. La Sicilia arriva a questa nuova inchiesta con la fedina politica già intaccata. Totò Cuffaro ha scelto di patteggiare tre anni nell’inchiesta palermitana sulla sanità. L’ex governatore, già condannato in via definitiva per favoreggiamento a Cosa nostra e rivelazione di segreto, era tornato in campo da attore protagonista. Poi la sanità lo ha ripreso per la giacca. E il patteggiamento, anche se in punta di diritto non è una confessione, non può essere trattato come un incidente di percorso. È l’accettazione di una pena per accuse pesanti, arrivate dopo mesi in cui il sistema cuffariano aveva continuato a pesare sugli equilibri della Regione.

La Dc era stata messa alla porta a novembre, quando Schifani aveva revocato le deleghe a Nuccia Albano e Andrea Messina. Doveva essere il segnale della discontinuità, la linea di confine fra il governo e l’ingombro del suo alleato più imbarazzante. Sei mesi dopo, però, Nuccia Albano è tornata in giunta. La domanda è semplice: cos’è cambiato?

Forza Italia, dal canto suo, non sta molto meglio. Prima Michele Mancuso, finito agli arresti domiciliari nell’inchiesta sui fondi regionali destinati a spettacoli nel Nisseno. Secondo l’accusa avrebbe ricevuto dodicimila euro per favorire un’associazione destinataria di 98 mila euro di contributi pubblici. Poi Gallo Afflitto, con il Cefpas e il solito intreccio fra incarichi, parentele e influenza politica. Cambia lo scenario, non la sostanza. La Regione resta il luogo in cui il consenso viene spesso costruito attraverso la distribuzione delle occasioni, e il deputato diventa il custode di un potere che passa più dalle relazioni che dalle idee.

Fratelli d’Italia, che avrebbe dovuto incarnare la diversità della destra di governo, si ritrova invece con due dei suoi esponenti più in vista dentro una stagione giudiziaria pesantissima. Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, è a processo per corruzione, peculato, truffa e falso ideologico. Nei giorni scorsi ha potuto esultare per l’archiviazione del filone relativo al Capodanno 2024 di Catania: il gip ha accolto la richiesta della Procura, ritenendo insufficiente il quadro indiziario su quella specifica ipotesi di corruzione.

Il resto del fascicolo rimane in piedi. Galvagno ha scelto il giudizio immediato e il processo prosegue sulle altre contestazioni. Secondo la Procura di Palermo, attorno ai finanziamenti dell’Ars e della Fondazione Federico II per eventi e manifestazioni si sarebbe costruito un giro di utilità, incarichi e consulenze destinate a persone vicine al presidente dell’Ars e alla sua ex portavoce Sabrina De Capitani. È questo il cuore politico dell’inchiesta: non il singolo evento archiviato, ma il sospetto che pezzi dell’istituzione siano stati piegati a un sistema di relazioni private. La scena resta quasi surreale: l’istituzione che si dice danneggiata dal suo presidente e il presidente che continua a sedere al vertice dell’istituzione.

Poi c’è Elvira Amata, assessora regionale al Turismo, rinviata a giudizio per corruzione nella vicenda dei fondi legati agli eventi. Il processo è fissato per settembre. Lei respinge ogni addebito, rivendica la propria onestà e, in un’intervista a LiveSicilia, racconta il peso degli insulti ricevuti. Politicamente, però, il punto resta intatto: un’assessora che gestisce turismo, promozione ed eventi va a giudizio per una vicenda che riguarda proprio il rapporto fra finanziamenti pubblici e utilità privata. Il dolore personale merita rispetto. Il ruolo pubblico, però, impone un’altra misura.

Il risultato è una Regione che si avvicina alle prossime elezioni con troppi fantasmi ancora in stanza. Schifani tiene insieme la maggioranza, assorbe gli urti, concede tempo ai partiti e lascia che ciascuno difenda il proprio pezzo di potere. Ma il garantismo è una cosa, l’assuefazione un’altra: pensare di arrivare fino all’autunno del 2027 fra processi e scandali non è prudenza istituzionale, ma mancanza di pudore.