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Su Agrigento capitale ronzano già le mosche di Sartre

Agrigento, Capitale Italiana della Cultura 2025, avrebbe dovuto rappresentare una svolta, un’occasione per uscire dall’isolamento e restituire centralità alla visione, alla progettualità, alla bellezza di un luogo senza pari. E invece si ritrova oggi invischiata in tensioni istituzionali, ritardi, comunicazioni opache e dimissioni che pesano come macigni. Quelle di Roberto Albergoni, direttore generale del progetto, hanno fatto rumore. Uomo di cultura, con esperienza e credibilità, ha lasciato un incarico cruciale, reso insostenibile non da motivi personali, ma da un clima che ne ha svuotato la funzione. Le parole riportate dalle agenzie, con cui la presidente della Fondazione – già prefetta, quindi figura del potere amministrativo, non della cultura – avrebbe commentato l’addio, lasciano interdetti: “Ha tolto dall’imbarazzo il consiglio di amministrazione, evitandogli un atto più doloroso”. Come se la cultura..

Agrigento capitale. La speranza non è morta, come salvarla

Pochi giorni fa, in modo provocatorio ho chiesto di spegnere i motori di Agrigento Capitale della cultura,  una macchina che del resto  finora ha girato su se stessa. Torno a scrivere sullo stesso argomento. Non per una fissazione, per un pregiudizio, per un fatto personale, ma perché questa vicenda è diventata una metafora che trasmette e diffonde un racconto negativo della città e della Sicilia. Torno a scriverne perché condivido - e cerco di farmene portavoce - una indignazione diffusa anche se in parte repressa da una inveterata predisposizione alla rassegnazione e da un controllo capillare e forte ad opera di un potere locale che mette in atto tutti i mezzi per bloccare il dissenso. Torno a scriverne perché, malgrado ogni evidenza, spero ancora, per quanto il tempo che rimane..

Agrigento Capitale della Cultura. Qualcosa si muove

Forse qualcosa si muove. Forse è possibile recuperare, almeno in parte, il progetto “Agrigento capitale della cultura 2025”. I tempi sono molto stretti e quelli perduti irrecuperabili. La svolta potrebbe essere stata la nomina a presidente della Fondazione dell’ex prefetta Cucinotta in sostituzione del professore Minio, probabilmente quello con minori responsabilità rispetto a quelle di altri. La scelta di Schifani ha sottratto la realizzazione del progetto alla palese inefficienza, alla gestione della classe dirigente locale, incapace di cogliere il valore e il significato dell’evento, che ha rischiato di trasformarsi in un rilevante danno d’immagine per la città e per la Regione. Per realizzare una condizione diversa da quella dei mesi passati, almeno dal punto di vista organizzativo - ché talune incertezze sulle scelte culturali rimangono -, la dottoressa Cucinotta ha..

Dimenticare Palermo
(e la febbre del 2018)

Ricordate quel magico 2018, traboccante di speranze per una Palermo che si affacciava al mondo come capitale italiana della cultura? Sei anni dopo che cosa resta di quelle promesse, di quegli slanci, di quegli entusiasmi? Nulla. Il degrado ha proseguito regolarmente il suo corso; le periferie sono più sole e selvagge di prima; la monnezza ci ammorba sempre di più; il centro storico rimane immerso in un perenne odore di fritto; il nuovo sindaco, Roberto Lagalla, è più imbambolato e impotente del vecchio sindaco Leoluca Orlando, quello dell’antimafia e nulla più. E la cultura? Galleggia. Marco Betta, al Teatro Massimo, fa le stesse cose che faceva – con una visione più alta – Francesco Giambrone. Il Teatro Biondo è scivolato da Roberto Alajmo a Pamela Villoresi e poi nelle mani..

Salvare Agrigento
è ancora possibile

Ci sono state raffiche di malasorte, come la pioggia caduta sul palcoscenico del Teatro Pirandello; ma anche vampate di asineria, come il cartello stradale pieno di sgrammaticature piazzato sulla “strada degli scrittori”. Ci sono state ingenuità. Ma pure gli intrighi dei tanti pagnottisti arrivati ad Agrigento, capitale italiana della cultura, per affondare le mani nel ricco vassoio del denaro pubblico messo a disposizione della Città dei Templi. C’è il malumore del Presidente della Regione, Schifani, e ci sono le riserve del ministro della Cultura, Giuli. Tutte sacrosante verità, tutte posizioni legittime. Ma sabato prossimo, giorno dell’inaugurazione, che succederà? Disertare la cerimonia e lasciare da solo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, significherebbe radere al suolo il progetto. E condannare Agrigento a un futuro di solitudine. Non solo culturale.

Agrigento. Cercasi ombrello contro l’acqua del malocchio

Si troverà un ombrello “presidenziale”, un paracqua buono per il cerimoniale del Quirinale? Occorre fare in fretta, ché mancano quattro giorni a quando il presidente Mattarella darà il via all’anno della cultura. E dentro il Teatro Pirandello, dove è prevista la cerimonia, piove. Nella città dei templi spesso l’acqua non arriva ai rubinetti delle abitazioni. E gli amministratori comunali, piacevolmente sorpresi, saranno rimasti lì ad assistere, in un luogo improprio, a questa grazia di Dio. Avranno guardato incantati le gocce che lente, cristalline e uniformi scendono non «sulle tamerici salmastre ed arse», come cantava D’Annunzio, ma sulle tavole del palcoscenico e sul velluto delle poltrone. Se l’ombrello presidenziale non si trovasse, per proteggere il capo dello Stato gli si dovrebbe chiedere di indossare il K-way. Che apparirebbe magari come un’originale..

Gerenza

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