Giuseppe Sottile

Forza Italia nelle mani
di un “patriota azzurro”

Il primo schiaffo è stata la nomina di Nello Musumeci a ministro della Repubblica. L’ex governatore della Sicilia non ha avuto deleghe di peso ma – a dispetto di Gianfranco Miccichè e di tutti quelli che lo hanno costretto a lasciare Palazzo d’Orleans – avrà il privilegio di guardare il mare da Palazzo Chigi. Il secondo schiaffo ha il volto dell’ex deputata Giusy Bartolozzi, magistrato, meglio conosciuta come la moglie che pignorò lo stipendio al marito Gaetano Armao: dopo la rottura con Berlusconi e un duro scontro con Marta Fascina, affiancherà Carlo Nordio al ministero della Giustizia. Ma il peggio deve ancora venire: Renato Schifani – lo chiamano il “patriota azzurro” perché imposto alla presidenza della Regione da Ignazio La Russa – sta per formare la giunta. Forza Italia avrà almeno la possibilità di una rivincita? No: potrà solo porgere l’altra guancia.

Premiato dalla Meloni
il presidente dei disastri

Succede in Sicilia. Succede solo qui, in questa terra di mezzo, che un Presidente della Regione se ne sta per cinque anni a Palazzo d’Orleans senza varare una sola riforma degna di questo nome. Poi delega tutti i poteri a un cerchio magico che spende e spande forsennatamente senza mai controllare i conti, che trasforma gli assessorati in confraternite per amici parenti e Cefpas, che devasta la Sicilia, che non trattiene le sue arroganze nemmeno di fronte a Santa Romana Chiesa. E succede pure che quel presidente, detronizzato dalla impuntatura di un suo ex alleato, venga risarcito dagli onnipotenti colonnelli di Giorgia Meloni che lo prendono in carico e addirittura lo premiano nominandolo ministro della Repubblica. Non gli assegnano deleghe di peso. Ma intanto lo fanno sedere a Palazzo Chigi...

Non ha ancora finito
di devastare la Sicilia

I lettori di Buttanissima conoscono bene Gaetano Armao, l’uomo politico dei bluff e delle imposture, l’assessore dei bilanci farlocchi, il cucchiaio di tutti gli scandali e di tutte le minestre maleodoranti. Con le sue scempiaggini e le sue piritollagini ha trascinato la Regione oltre il baratro, alle soglie del default. Danni inestimabili, secondo la Corte dei Conti: mancano all’appello un miliardo di euro. Una mazzata sul collo del neo presidente, Renato Schifani, brutalmente azzoppato già prima di partire. Ma come in tutte le tragedie siciliane, il disastro si accompagna sempre alla farsa, all’assurdo, al paradosso. Armao, che per cinque anni è stato il sovrastante dell’inutile Musumeci, il 26 settembre si è subito riciclato ed è diventato il più influente consigliere di Schifani. Ci apparecchierà altre sventure.

Nostalgie del Balilla
“Cairo uber alles”

Chissà quale delusione avranno provato venerdì gli irriducibili velinari e gli intrepidi pagnottisti che, nei giorni della formazione del nuovo governo, hanno tifato perché Giorgia Meloni elevasse al grado di ministro l’ex assessore regionale Manlio Messina, meglio noto come il Balilla del Turismo. Mi associo al loro dolore e alla loro costernazione. Il Balilla – conosciuto anche come il Cavaliere del Suca – avrebbe cambiato l’Italia con un solo decreto. Avrebbe trasformato il Belpaese in un perenne, continuo, vorticoso e inesausto Giro d’Italia. Avrebbe portato alle stelle, senza badare a spese, la Gazzetta dello Sport del suo fraternissimo amico Urbano Cairo. Avrebbe anche risuscitato Bartali e Coppi. Ma non per un malinteso omaggio al tempo che fu. Lui di nostalgie ne ha una sola. Avrebbe tappezzato i muri d’Italia con..

Ma chi crede ancora
in questa Regione?

In meno di un mese Giorgia Meloni ha messo su il governo. Noi, poveri elettori di Sicilia, dopo un mese, non sappiamo ancora chi sono gli eletti all’Assemblea regionale. Sappiamo a stento che Renato Schifani sarà il presidente per i prossimi cinque anni e che non avremo un governo prima di Natale. Qui la politica è avvolta da una coltre di indifferenza. La gente ha sperimentato che la Regione, così com’è, non serve a nulla: è più un intralcio che un aiuto. Forse nemmeno Schifani crede nel potere salvifico dell’istituzione che presiede: se ci credesse avrebbe messo a ferro e fuoco uffici e tribunali per costringere le 48 sezioni elettorali a sciogliere i dubbi e dare alla Sicilia la verità dei numeri. Invece sta lì che aspetta: fa cose, vede..

Oltre alle polemiche
c’è da pensare al pane

Il comunicato con il quale il presidente Schifani ha preteso di contestare un articolo di Mario Barresi su La Sicilia è stato preso in mano da Cateno De Luca e agitato addirittura come strumento di opposizione al governo che verrà. Tutto legittimo, per carità. Come la durissima nota, sottoscritta dalla Figec, sindacato dei giornalisti, a difesa di Barresi e della libertà di stampa. Ma la polemica rischia forse di esondare e di inchiodare alla croce di chissà quale peccato il portavoce del neo Governatore. Che certamente, stilando l’infelice comunicato, ha sbagliato tempi e toni ma ha un’attenuante: non ha mai lavorato in un giornale, ha collaborato con il gruppo di Fratelli d’Italia all’Ars e ha fatto da spalla a Manlio Messina, il Balilla del Turismo: non proprio scuole di alta..

Il presidente, i giornalisti
e la libertà di stampa

Certo, il comunicato redatto dalla volpe argentata che affianca il presidente Schifani era a dir poco piritollesco. Certo, è la seconda volta nel giro di una settimana che Palazzo d’Orleans interviene contro i liberi giornalisti: la prima volta con un richiamo infelice alla Thatcher, ieri con una irritante lezioncina sulla correttezza dell’informazione. Certo, Mario Barresi, inviato de La Sicilia, doveva essere difeso: ha pubblicato un’indiscrezione sui probabili assessori della Regione e su questo suo diritto nessuno può alzare il ditino, neppure Schifani. Ma era proprio necessario che la Figec replicasse, a nome della categoria, con un contro-comunicato così duro? Forse bastava solo ricordare che il portavoce di Schifani è stato per anni a capo dell’Assostampa, altro sindacato dei giornalisti: è possibile che non abbia imparato che cos’è la libertà di..

La pacchia è finita
anche per i fuffaioli

Guardateli. Sono lì che sprecano tonnellate di inchiostro e chilometri di carta per raccontarci che il capo delle faccette nere catanesi, Nello Musumeci, e il suo balilla più ardito, Manlio Messina, stanno per diventare ministri della Repubblica, uno a guardia dei finanziamenti europei per il Sud e l’altro a presidio dello Sport, con un occhio di riguardo, va da sé, per il Giro d’Italia di Urbano Cairo, suo fraternissimo amico. Sono quei simpatici giornalisti – o presunti tali – che scrivono sull’acqua, che fanno un tifo sguaiato, che spacciano fuffa e travestono le fake news con l’abitino di una soffiata avuta, manco a dirlo, “da fonte rigorosamente anonima”. Ragazzi, calmatevi. Prima questi giochetti si potevano fare, oggi non più. Perché da settembre ci sono i guardiani del Corecom che vegliano..

A Palazzo d’Orleans c’è una nobile residenza per anziani

Diciamolo con dolore e, se volete, anche con malinconia: la Sicilia arranca. Non riesce più a produrre nemmeno la cosa più elementare: un risultato elettorale nei tempi previsti dalla legge. E non è in grado neppure di impegnare i soldi che l’Europa le ha messo a disposizione: mancano i progetti e c’è il rischio che entro il prossimo anno vadano in fumo altri due miliardi di fondi non spesi. No, la Regione non ce la fa: ’n gna fa, avrebbe detto, con il suo romanesco categorico, quel diavolo televisivo di Gianfranco Funari. E’ stanca, ha il fiato grosso, è artrotica, si muove a fatica, fa un passo in avanti e due indietro. Sarà anche colpa del tempo o della malasorte, sarà colpa della politica o degli apparati, sta di fatto..

Roma comanda
e picciotto va e fa

Ventiquattr’ore fa sembrava che i palazzi della politica stessero per bruciare, che il ribaldo Gianfranco Miccichè stesse per scatenare l’ennesima guerra contro lo strapotere di Giorgia Meloni, contro le arroganze di Ignazio La Russa e contro il pendolarismo di Renato Schifani, percepito più come un fiancheggiatore di Fratelli d’Italia che come un militante di un berlusconismo duro e puro. Ma è bastato un segnale da Roma – un richiamo all’ordine – per cambiare in un attimo proclami e strategie dei quattro sicilianuzzi di Forza Italia impegnati nella faticosa costruzione della nuova giunta regionale. Se ieri, per il bene della Sicilia, poteva sembrare utile un braccio di ferro con i patrioti brutti e cattivi di Musumeci e Razza, oggi – sempre per il bene della Sicilia – è più opportuno dare..

Gerenza

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