Giuseppe Sottile

Non è un gigante
però può farcela

No, non è il candidato più forte che ci sia. Non ha il carisma che trascina le folle e nemmeno lo slancio giovanile di Giorgio Mulé. Ma Renato Schifani, 72 anni, è certamente un uomo delle istituzioni: è stato presidente del Senato e ha retto la seconda carica dello Stato con equilibrio e con uno stile rispettoso di tutte le forze politiche. La convergenza di tutto il centrodestra sul suo nome ha messo finalmente fine alla macelleria dei veti incrociati, alla spocchia boiarda di Ignazio La Russa, alla cornacchiante vandea dei “Boia chi molla”: una rivolta contro gli alleati alimentata dalle vedove di Nello Musumeci e dai tre bulli che avevano trasformato Palazzo d’Orleans in un eldorado per le lobby e gli intermediari di affari. Certo, ora c’è l’impegno più..

Profezie funeste
sul centrodestra

Bene che vada vedremo aggirarsi, a Palazzo d’Orleans, Stefania Prestigiacomo, una colonna di Forza Italia fin dal ’94, anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi. La vedremo lì con i suoi slanci e anche con il suo carattere certamente non rivestito da petali di rose. Ma si sa: chi ha carattere ha cattivo carattere. Nell’ipotesi peggiore assisteremo alla rocambolesca resurrezione di Nello Musumeci e alla vittoria dei “boia chi molla”. Sarebbe un ritorno baldanzoso, vendicativo, carico di rancori. Che Dio ce ne liberi. Anche perché tornerebbero al suo fianco, ancora più spregiudicati, i tre cavalieri – il Bullo, il Balilla e il Corazziere – che hanno trasformato le stanze della Regione in un bivacco di avventurieri, di lobbisti, di intermediari d’affari. Questo centrodestra è ormai impresentabile: la sua unica..

L’ultimo livore
di un perdente

Poteva uscire di scena con eleganza, da gran signore, con i toni civili di chi accetta un patto stretto tra alleati. Invece, dopo i tanti passi di lato e i relativi pentimenti, ha preferito condire l’addio con una soverchiante dose di livore e di rancore. Come si conviene a un neofascista che per cinque anni ha traccheggiato con i tre bulli elevati dal suo governo al rango di padroncini della Regione. Povero Musumeci. Credeva che le intimidazioni del callido La Russa avrebbero sottomesso sia Berlusconi che Salvini. Credeva che gli accordi con Marcello Dell’Utri gli avrebbero riaperto le porte che lui stesso aveva chiuso con le sue arroganze e le sue prepotenze. Credeva che le scempiaggini del suo cerchio magico non avrebbero mai intaccato la sua immagine di presidente onesto...

La signora
dei silenzi

L’abbiamo chiamata “Nostra signora della Morbidezza” perché, anche se è stata incoronata dalle primarie leader del centrosinistra, le sembra male dire una parolina di troppo contro il governo di centrodestra presieduto da Nello Musumeci: un governo dominato da tre bulli che hanno devastato i conti pubblici, che si sono circondati di avventurieri, che incoraggiano le peggiori lobby, che hanno trasformato le aspettative dei siciliani in un mercato elettorale. Ma lei, Caterina Chinnici, di tutte queste scempiaggini non vuole occuparsi. “Non voglio compilare pagelle”, ha ammesso: meglio una parola in meno che una parola in più. Ora però i nodi sono venuti al pettine. I grillini le hanno già notificato un avviso di sfratto. E Claudio Fava si è reso conto che è meglio andare da solo che male accompagnato. Forse..

Le verità che Giorgia
forse ancora non sa

Ma il ruvido Ignazio La Russa ha raccontato alla gentile Giorgia Meloni tutta la verità, nient’altro che la verità? Un articolo del Secolo d’Italia, organo ufficiale della casa, mostra sui cinque anni di Nello Musumeci certezze granitiche. Sostiene che è stato il migliore governatore che la Sicilia abbia mai avuto: il più onesto, il più operoso, il più aperto al dialogo con gli alleati, con i partiti, con il Parlamento. Un santo. Il racconto invita alla genuflessione. E, va da sé, alla ricandidatura. Manca però un dettaglio. Il presidente uscente ha governato delegando quasi tutti i poteri della Regione a un cerchio magico – il Bullo, il Balilla e il Corazziere – che si è mosso sul filo del rasoio, che ha devastato i conti pubblici, che ha trasformato ogni..

Un governatore
ai colpi di coda

Niente, non riesce ad elaborare il lutto ed è ancora lì che consulta i suoi fedelissimi, che traccheggia con Dell’Utri e la Meloni, che cerca sponde a Roma, che inaugura sagre e feste parrocchiali, che promette aiuti e finanziamenti, che mobilita clienti e caporioni elettorali, che chiama a raccolta tutti i personaggi ai quali ha assegnato potere e milioni. Dice di essere ancora il Governatore della Sicilia ma sembra un pugile suonato. Lo guardi e senti sullo sfondo le parole di Vittorio Gassman, ne “I mostri” di Dino Risi: “So’ contento”. Oggi Repubblica gli ha rinfacciato, sulla prima pagina, di essere uscito di scena nel peggiore dei modi: anziché dire la verità sul fatto che gli alleati non sopportano più né lui né il suo malgoverno, ha imbastito una coroncina..

Ma le anime belle
passano e vanno

Ma dove sono le anime belle dell’antimafia, i puri e duri della legalità, i giornalisti dalla schiena dritta? Alla Regione è venuto fuori un altro scandalo e la mitica società civile fa di tutto per nascondere lo sporco affare dell’Ente Minerario tra le maglie cellofanate di un’ordinaria cronaca parlamentare. Ci sarebbe da capire come mai i venti milioni, frutto della liquidazione dell’ente, scompaiono e ricompaiono nel giro di due mesi; ci sarebbe da indagare sul gioco proibito messo in piedi dalla cerchia del Bullo per spedire quei soldi a Londra; ci sarebbe da intervistare la responsabile delle Partecipate che ha bloccato in extremis l’operazione. Ma i chierici del bon ton, quelli che predicano a ogni angolo di strada verità e giustizia, preferiscono intrattenerci con un bla bla sulla destinazione da..

Dietro il sipario
di un brutto affare

Come in una partita di calcio, i deputati che all’Ars sono arrivati fin sotto l’area di rigore, alla fine si sono mangiati il gol. Bastava un tiro in porta e avrebbero infilzato il Bullo che, sullo scandalo dell’Ente Minerario Siciliano, ha molte cose da raccontare. Il valzer dei venti milioni – che prima c’erano, poi sono spariti e alle fine sono ricomparsi – non si deve a un gioco del destino. Ma a una spericolata operazione – di venti milioni, appunto – che la liquidatrice dell’ente ha tentato di collocare su un asse finanziario di Londra. Della partita faceva parte – e non poteva mancare – l’intermediario d’affari che il Bullo ospita nei suoi uffici. L’operazione però all’ultimo momento saltò per aria: la responsabile delle Partecipazioni sentì puzza di bruciato..

Le testoline in mostra
al mercatino dell’usato

Se transitate da Roma, date un’occhiata al mercatino dell’usato che si estende dal Nazareno fino a Corso Vittorio Emanuele. Un tempo vi si trovavano i busti di gesso che riproducevano il volto altero e ardimentoso di antichi patrioti o di vecchie glorie della letteratura italiana: c’era l’immancabile Garibaldi e il pacioso Conte di Cavour; c’era Alessandro Manzoni e anche l’infelice Leopardi. Da quando il mercatino dell’usato è finito nelle mani di Carlo Calenda, uomo politico di molteplici intenti e di variegate ambizioni, i personaggi che vi approdano sono di ben altra statura. C’è la statuetta di Maria Stella Gelmini e quella di Mara Carfagna. Accanto a quest’ultima, molto probabilmente, troverete anche una testolina impomatata che la ministra per il Sud, per garantirle una sponda, si è dovuta portare dietro fin..

Ma chi aprirà
la porta al Bullo?

A quale porta busserà il Bullo per avere – aggratis, dicono a Palermo – gli stessi privilegi sui quali ha piritolleggiato per cinque anni senza mai sottoporsi a quel fastidiosissimo rito che, in democrazia, si chiama “voto”? La porta di Gianfranco Miccichè sembra sbarrata. Si è chiusa anche quella di Licia Ronzulli che, nel 2018, fece di tutto per convincere Berlusconi a proporlo come vicepresidente di Musumeci. Aggratis, ovviamente. Ma si è persa anche la chiave segreta con la quale Antonello Montante gli spalancava le porte dell’antimafia farlocca e che consentiva alla coppia di spacciare ad Arcore l’impostura di una Sicilia pronta a cambiare. Non gli resta che affidarsi agli avventurieri, come Ezio Bigotti, il piemontese che ha incassato dalla Regione un malloppo di cento milioni con un censimento fasullo...

Gerenza

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