Totò Rizzo

La città palcoscenico:
all’Università tre giorni
sul teatro di Salvo Licata

Una “tre giorni” sul teatro di Salvo Licata. L’ha promossa l’Università di Palermo. Tre seminari che vedranno la partecipazione di Costanza Licata, figlia del giornalista e drammaturgo palermitano che ne è l’erede e la testimone più attiva sulla scena. Tre incontri che, come ormai d’abitudine a causa della pandemia, si svolgeranno on line sulla piattaforma Teams UniPa. L’iniziativa prende il via lunedì 26 aprile (ore 10-12) con «L’impegno civile e il carattere politico», seguirà mercoledì 28 (ore 10-12) con «Il trionfo della Santuzza» e si concluderà venerdì 30 (dalle 14 alle 16) con «I rigoli della scena». Anna Sica, docente del Dams nell’ateneo palermitano per gli insegnamenti di Storia della regia e della recitazione e Storia del Teatro e dello Spettacolo è tra gli studiosi che hanno maggiormente dedicato la..

Caso Denise.
Più trash della tv russa
c’è solo la D’Urso

Un giorno si scoprirà di chi è la colpa, chi commise il peccato primigenio. Nei giorni scorsi nel campionato dello scaricabarile hanno primeggiato Barbara D’Urso e il suo clone russo, il presentatore del people show un po’ Carràmba e un po’ Dove sei? del buon Enzo Tortora a Portobello. In mezzo – per l’ultimo caso – nell’attesa non troppo lunga (state tranquilli) e non necessariamente in rogatoria televisiva internazionale – c’erano stavolta la mamma che da quasi vent’anni vive d’angoscia e di lotta, il suo avvocato che da altrettanto tempo si divide tra le sudate carte e gli essudativi riflettori e tutto un contorno di giornalisti, conduttori, ex attrici-soubrette, opinionisti da anni imbullonati alle poltroncine negli studi tv o di fugace transumanza popolare, perfino quelle che un tempo furono mute..

Insopportabile. Cala il sipario sul trash della D’Urso

C’è la tesi “complottista” e quella “due camere e cucina”. Quale sia quella vera non si sa. La prima è suffragata da ascolti bassi e malumore aziendale, la seconda da una logistica gestionale a metro quadro calpestabile. Fatto sta che Barbarella D’Urso sul suo serale festivo – Live – Non è la D’Urso – domenica 4 aprile tirerà giù la saracinesca e saluterà i suoi fans dando appuntamento per la ripresa, nel prossino autunno.  Una chiusura comunque anticipata visto che la programmazione avrebbe dovuto protrarsi sino a fine stagione, fino alle porte della calura. Intendiamoci: su Canale 5 le restano, fino a che secchielli e palette non ricompariranno sulle spiagge, i caposaldi: Pomeriggio Cinque ogni pomeriggio dal lunedì al venerdì e Domenica Live all’ora del tè nel dì di festa...

Non attaccate Angela ma la D’Urso. Lei ha creato il mostro

Sono finiti al commissariato Lady Non-ce-n’è-Covid e il suo web-manager con codazzo di boys e cameramen. Cazziati, multati, denunciati. Lo scopo era quasi benefico, (quasi, nessuno è missionario d’altronde: appena qualche effluvio di affari di piccolo cabotaggio): regalare alle masse il primo (e forse unico) reggaeton negazionista della storia della musica. E invece è andata a finire con «fornisca le generalità». Non proprio tutti dentro (come nel film giustizialista di Alberto Sordi) ma tutti davanti ai poliziotti che hanno contestato: occupazione abusiva e arbitraria di demanio pubblico in concessione, assenza di licenza di pubblica sicurezza e di agibilità del luogo, violazione della normativa per il contenimento del contagio del virus Covid-19. E dire che, con una puntualità degna delle professioniste navigate, l’Elettra Lamborghini in sedicesimo del quartiere Noce, Angela Chianello,..

I vicerè fanno le bizze
con la pandemia.
E’ l’autonomia, disgrazia

Il governo meno peggio che c’è (un avvocato pugliese in balìa di un litigioso manipolo di stizzosi scissionisti egocentrici e di un gruppetto di ragazzini che giocano a fare gli ideologi al luna park del potere) si è trovato tra i piedi la disgrazia più grande che potesse capitare al nostro Paese: le autonomie regionali. A un Paese come il nostro, per l’appunto, ché in altri – magari, talvolta – le autonomie sono state occasioni per accelerare la marcia affrancandosi da uno statalismo accentratore, per svincolarsi da lacci e lacciuoli della burocrazia capitale, per realizzare un sogno o un desiderio (libertà, sviluppo, welfare: fate voi) di cui ai fratelli confinanti, seppur connazionali, non importava nulla, per territorio, cultura, bisogno. Qui, invece, l’autonomia è stata alibi, pretesto, grimaldello o piede di..