Sezioni Tematiche

Lavitola e la libertà di inquinare le prove a mezzo stampa

Valter Lavitola non si spiega due cose: perché è indagato e perché non sia stato arrestato. Il neoristoratore e veterofaccendiere, sospettato dalla procura di Roma di essere il mandante della bomba al caro amico Sigfrido Ranucci, lo dice chiaramente in ogni intervista. Al ristorante Cefalù, dove riceve i giornalisti, dopo la premessa di rito, ribadisce ai giornalisti – gli ultimi quelli di “Filorosso” su Rai 3 – di essere innocente, ma anche che nell’attuale situazione il suo posto dovrebbe essere in una cella. “Sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere”. Anzi, Lavitola dice che in carcere dovrebbe esserci da un pezzo: “Se vuoi la sincera verità io quando sono andato in procura ero sicuro che dopo l’interrogatorio mi arrestassero. Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare...

Salvini che strepita per Roggero
è grasso che cola per Vannacci

Ho sentito Luigi Manconi sostenere in tv che, malgrado notoriamente non sia un’aquila, persino Matteo Salvini dovrebbe sapere di promettere l’impossibile quando progetta la candidatura di Mario Roggero al Parlamento: la condanna gli vieta di votare e di essere votato. Naturalmente Salvini lo sa e, malgrado non sia un’aquila, vola sufficientemente alto da vedere sotto di sé un vasto elettorato incapace di sollevarsi dal rasoterra. E confida su una così diffusa faciloneria al punto da protestare da giorni contro l’applicazione di una legge da lui stesso voluta: la riforma della legittima difesa con cui, nel 2019 (governo di Lega e Cinque stelle), se ne ampliarono i confini. Non abbastanza, però, dal garantire l’assoluzione a chi insegua il suo aggressore e gli spari alle spalle. E Salvini ci confida fino ad..

C’è un’antimafia che non cerca verità ma un posto in lista

Dov'è finita la prima linea dell'antimafia. Tutti, o quasi, in tutt’altre faccende affaccendati, inghiottiti da politica e carriere tanto da non sentire il rumore dei kalashnikov. Perché è questo che da mesi accade a Palermo. Troppo distratti per accorgersi che qualcuno sta mettendo a ferro e fuoco la città. Firmano i raid con il rumore delle sventagliate di mitra e l'odore acre degli incendi. Seminano paura come non succedeva da decenni per convincere i commercianti a pagare il pizzo. Emissari di messaggi intimidatori per saldare vecchi conti aperti quando neppure erano nati. Agiscono e tornano sul luogo del delitto, sfrontati come sono. È la Cosa Nostra stracciona che alza il tiro provando a cambiare pelle. Dalla cella di un carcere o da uno dei boss liberi per fine pena parte..

Visita show in carcere a Ruggero
Così Salvini insegue Vannacci

“Una battaglia di giustizia, non ci fermiamo”, dicono dalla Lega. Dopo aver invocato a gran voce la grazie e proposto una candidatura per Mario Roggero, il leader leghista Matteo Salvini arriva al carcere di Bollate, nel milanese, dove il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver sparato a due ladri in fuga nel 2021 ha appena trascorso la sua prima notte in cella. Il Carroccio è stato il primo partito a difendere Roggero, un’offensiva innocentista che non si ferma. Per questo Salvini, accompagnato dai deputati Luca Toccalini e Fabrizio Cecchetti, non si vuole fermare agli appelli. Dopo la manifestazione organizzata dalla Lega giovani, con tanto di striscioni per chiedere la grazia, il vicepremier è entrato nel carcere per incontrare il gioielliere. La visita dura circa un'ora. Uscito..

Altra figuraccia di Nordio
Mattarella lo richiama all’ordine

Un conto è la propaganda politica, legittima, un conto è la Costituzione. La fuga in avanti del ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha avviato un’istruttoria per chiedere la grazia per Mario Roggero non è andata del tutto giù a Sergio Mattarella. Perché se c’è una cosa chiara e certificata dalla Corte costituzionale è che la concessione della grazia è una prerogativa esclusiva del presidente della Repubblica. E così dopo che dal ministero è uscita la notizia del passo compiuto dal ministro, il presidente Mattarella se lo è chiamato al Colle per ricordargli due o tre cosette, una sorta di lezione di diritto costituzionale in pillole, e ci ha tenuto a far sapere che nel colloquio ha “puntualizzato i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia,..

Rischio depistaggio: Lavitola parla con tutti tranne col pm

Dopo la bomba, il depistaggio. Ne sono convinti, secondo quanto riportano le cronache, gli inquirenti della procura di Roma che stanno acquisendo le numerose interviste di Valter Lavitola rilasciate quotidianamente a giornali e tv: il presunto mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci starebbe, attraverso le sue dichiarazioni pubbliche, tentando di condizionare e deviare il corso delle indagini. E’ un’altra anomalia di questa inchiesta, che però è figlia di un’altra anomalia più grande: la mancata adozione di misure cautelari nei confronti di Lavitola. C’è una sproporzione enorme tra il capo d’imputazione e il trattamento di riguardo riservato all’indagato. Un unicum nella storia repubblicana per un’inchiesta su una strage aggravata dal metodo mafioso. Astraiamoci dal caso specifico. Era possibile immaginare, prima del caso Lavitola-Ranucci, che la persona indagata per essere il mandante di..

Per Ranucci tutti i massoni all’inferno, tranne Lavitola

Nell’ultimo decennio di gestione Ranucci è difficile trovare una puntata di Report in cui non si parli di massoneria, sempre in modi poco edificanti. Il massone è generalmente un faccendiere poco conosciuto e ancor meno raccomandabile, che trama nell’ombra contro la democrazia. Basta affiancare questo prototipo di massone, un piccolo e ignoto Licio Gelli, a qualsiasi personaggio pubblico per creare un alone di sospetto. In un servizio sull’espansione di Salvini al Sud, Report denunciava che a Catania c’era un assessore leghista che è stato vicedirettore di una rivista massonica: “A lei non venne il dubbio che potesse essere poco opportuno?”, chiede la giornalista. In un altro servizio, a Gianni Pittella del Pd veniva chiesto come mai nel comitato scientifico di una sua fondazione ci fosse, addirittura, un ex segretario del..

Meloni impallinata in aula
come una Schifani qualunque

Un solo voto di scarto, un abisso che apre una crisi politica. È clamoroso il ribaltone alla Camera: 188 deputati dicono no all’emendamento sulle preferenze, presentato da Fratelli d’Italia e rivendicato fino all’ultimo da Giorgia Meloni. Una presa di posizione insufficiente a convincere i parlamentari della maggioranza: una trentina di franchi tiratori hanno voltato le spalle a Meloni. La reazione, a Palazzo Chigi, è rabbiosa: “Anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione”, è il messaggio duro di Meloni agli alleati. Non sono esclusi altri colpi di scena. Corre impazzita la voce su altri scossoni, persino di un possibile confronto con il presidente della Repubblica, chiesto a gran voce dalle opposizioni unite. Nessun appuntamento, a sera, per Sergio Mattarella. Incerto anche il destino della nuova..

Ranucci, il divo di Report contro chi viola il segreto

L’ultimo sviluppo del caso Ranucci-Lavitola è così surreale che si fatica a crederci. Il conduttore di Report, cioè una trasmissione televisiva che da anni produce inchieste basate su fughe di notizie dalle procure di tutta Italia e sulla gogna mediatica nei confronti dei malcapitati (alimentata da allusioni, illazioni e suggestioni di ogni genere), ha fatto sapere di aver presentato querela per diffamazione aggravata nei confronti dei giornalisti che hanno diffuso “dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni” in relazione all’attentato subìto davanti casa lo scorso ottobre, e di aver depositato un esposto alla procura di Roma per “violazione del segreto investigativo”. Un colpo di scena paradossale, ancor di più se si considera l’indignazione mostrata sempre da Ranucci ogni qualvolta una vittima del “metodo Report” si è permessa di querelare la..

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