Sezioni Tematiche

Giuseppe Sottile

Toglietemi tutto
ma non il mio Bullo

Toglietemi tutto ma non il mio Bullo. Toglietemi Musumeci e l’intera giunta regionale, toglietemi il Corazziere e tutti i catanesi di contorno. Toglietemi persino il Balilla e le sue allegre scampagnate nella volgarità del suca. Toglietemi pure i campieri e i sovrastanti che da cinque anni pascolano nelle segrete praterie di Palazzo d’Orleans. Ma il Bullo no. Lui è il simbolo e il portabandiera di tutti gli avventurieri per i quali la politica è soprattutto un affare privato, un’opportunità di carriera, un diritto acquisito sulla strada del privilegio e della sopraffazione. Lasciatelo nelle mie tenere mani. Vi racconterò tutte le sue imprese, i suoi colpi di teatro, tutti gli sfracelli e tutte le sue scempiaggini. Vi coinvolgerò in un giallo dell’estate degno di Agatha Christie e in una caccia al..

Una domanda blasfema
su Taobuk e la “casta”

Dio solo sa quanti chilometri abbiamo macinato, da Torino a Ragusa, per non perdere una sola edizione del Salone del libro o di “A tutto volume”. Dio solo sa quante presentazioni di Elvira Terranova ci siamo sorbite: tutte belle, tutte svolazzanti, tutte impregnate di densa cultura e profonda umanità. Ma davanti a Taobuk, appuntamento per signore ricche e annoiate, viene spontaneo chiedersi: a cosa serve una parata con oltre duecento ospiti e con un impudico diluvio di sfarzo e di spreco? Serve alla Sicilia o agli albergatori di Taormina? O serve a beatificare una elite politica e letteraria; a elevare sull’altare della mondanità Musumeci e il Bullo, e pure il Balilla che, dato il contesto, ci ha almeno risparmiato il suca? Ponetevi queste domande blasfeme. Poi chiedete ai librai di..

Ma nella felice Palermo
nessuno paga pegno

Nella felicissima città di Palermo non paga pegno nessuno. Ricordate gli allegri presidenti di seggio che la mattina delle elezioni, dovendo scegliere tra calcio e democrazia, hanno preferito non aprire bottega per godersi la partita del cuore? Non c’è stata autorità che abbia avvertito il bisogno di convocare uno dei disertori per chiedergli conto e ragione: né il sindaco uscente né il sindaco entrante; né un magistrato inquirente né un giudice d’Appello. E ricordate la sceneggiata del Balilla con i sindacati che gli chiedevano notizie sugli scandali dell’Orchestra sinfonica? Lui, il Cavaliere del Suca, li ha presi a pesci in faccia. Con la sua arroganza e la sua volgarità. Ma non c’è stato un Presidente della Regione che lo abbia richiamato alla decenza. Musumeci miagola di legalità ma non ha..

Il gioco a nascondere
dei Musumeci boys

Gioco a nascondere. Se cercate la dolce vaghezza in una poesia, potete trovarla nei Canti Barocchi di Lucio Piccolo, un prezioso libricino pubblicato da Mondadori nel 1960. Se cercate invece la fuffa della politica, sfogliate le candidature e i voti di lista riportati da Fratelli d’Italia. Scoprirete che il successo di Giorgia Meloni – non proprio strepitoso, in verità – è servito a Nello Musumeci per nascondere il proprio insuccesso. Del baldanzoso partito del Governatore – si chiamava “Diventerà bellissima” – non si è saputo più niente. L’abbraccio soffocante con Fratelli d’Italia rende tutto indistinto. A parte i due punti segnati da Alessandro Aricò - il neo assessore regionale ha piazzato, al Comune di Palermo, Rini e la giovanissima Canzoneri - degli altri non brilla nessuno. La corazzata catanese di..

Si chiude il lungo
regno di Orlando.
Senza rimpianti

"Dove sono le mie legioni?”. Per trentotto anni ha dominato la Palermo “regia e conventuale” con l’alterigia dell’uomo mandato dalla provvidenza per redimerla da tutti i peccati, per liberarla dai boss e dai picciotti di Cosa nostra, per purificare ogni vicolo del centro storico e ogni angolo di periferia. Ma ieri, quando ha lasciato Palazzo delle Aquile per fare posto al nuovo sindaco della città, sembrava stordito e smarrito come l’imperatore Augusto dopo la disfatta di Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo: “Varo, ridammi le mie legioni”. Per trentotto anni ha governato nel nome dell’antimafia e ha incipriato il suo potere con slogan, beceri e ribaldi: “Il sospetto è l’anticamera della verità”, predicava in giro per le chiese dei gesuiti e per le aule dei tribunali. E se qualcuno..

Il Bullo come un eroe
della Sesta Giornata

Guardate con attenzione le foto dei festeggiamenti al San Paolo Hotel di Palermo. Ci troverete, oltre alla faccia rassicurante di Roberto Lagalla, il vincitore indiscusso di questa tornata elettorale, anche i volti compiaciuti di coloro che hanno fatto di tutto per consentire all’ex rettore di diventare sindaco della città. Ci troverete Francesco Cascio, che era già in gara e si è ritirato quando la sua campagna era già bene avviata. E ci troverete Carolina Varchi, alla quale Fratelli d’Italia aveva promesso una marcia trionfale. Noterete poi che, tra quelle facce, spunta una testolina impomatata che con la vittoria di Lagalla non c’entra nulla. E’ la testolina del Bullo, l’infingardo che ha rifiutato di scendere in campo. Leonardo Sciascia, ricordando le sanguinose Cinque giornate di Milano, lo avrebbe catalogato tra gli..

Leoluca, un sindaco
forse da dimenticare

Il più lucido è sempre lui, Roberto Alaimo, lo scrittore che ha sperimentato sulla propria pelle che cosa è stato, per oltre trent’anni, l’orlandismo. Lui, che è un intellettuale onesto, non si è unito al coro delle riverenze e delle nostalgie per Leoluca. Tutt’altro. Ha scritto su Facebook che il sindaco di Palermo prima ha acceso la luce e poi l’ha spenta. “Al buio eravamo e al buio siamo tornati. Adesso peggio: pure con il rimpianto”. Non poteva esserci epigrafe più sferzante. Leoluca Orlando ha conquistato il potere sulla fanfara dell’antimafia. Ha incipriato il suo cinismo con slogan di grande effetto. Si è inventata la “primavera di Palermo”. Ha teorizzato il sospetto come anticamera della verità. Ha sputacchiato su Giovanni Falcone. Ha acceso tante speranze e, una dopo l’altra, le..

Le radici dell’antimafia
erano in quel giornale

Le radici dell’antimafia erano lì, nelle stanze di un giornale piccolo e coraggioso; nella rivoluzione silenziosa di un direttore, colto e intelligente, che non si lasciò intimidire dai bulli del suo tempo; nell’azione quotidiana di quattro cronisti, cocciuti e testardi, che non accettavano le verità sussurrate dai palazzi del potere e cercavano ogni giorno, a rischio della vita, ciò che si nascondeva dietro la facciata dell’ufficialità, del perbenismo, del quieto vivere. Quel giornale era L’Ora di Palermo. Ieri sera, su Canale 5, è andata in onda la prima puntata di una fiction che ripercorre, con un ritmo ellittico e lampeggiante, gli anni in cui la città sembrava definitivamente perduta, in cui i boss e i picciotti di Cosa Nostra spadroneggiavano e ammazzavano senza ritegno e senza pietà. L’Ora, con la..

L’inchiostro de L’Ora
e il piombo dei boss

Quelli che domenica scorsa hanno visto su La7 il penoso teatrino di Massimo Giletti, inviato a Mosca per farsi prendere a torte in faccia dai propagandisti del Cremlino, abbiano la bontà di guardare stasera, su Canale 5, la prima puntata di una bella fiction dedicata a L’Ora di Palermo, il piccolo giornale di piazzale Ungheria che ebbe la forza e l’intelligenza di sfidare la mafia dei boss e dei picciotti, degli agguati e delle lupare bianche, delle trame nere e delle complicità politiche, della speculazione edilizia e dell’impunità. Guardatelo stasera questo film, magnifico e potente, sulla Palermo degli anni roventi. E guardate soprattutto l’interpretazione di Claudio Santamaria nel ruolo di Vittorio Nisticò, il direttore che per contrastare la violenza di Cosa Nostra seppe inventarsi un giornalismo nuovo, moderno, coraggioso, mai..

Giletti da Mosca
Boiata pazzesca

Una fanfaronata? Una boiata pazzesca? Una scemenza? Scegliete voi la definizione più appropriata. Ma prima leggete la cronaca di ciò che ha apparecchiato domenica sera, per La7, l’intrepido Massimo Giletti, il conduttore che ogni settimana cerca di stupirci con le sue piroette e con i suoi funambolismi. Tutto, tranne i fatti. Giletti – povero giornalismo – ha raggiunto vette inestimabili di ridicolaggine. Ha aperto con una brodosa intervista a Massimo Cacciari, filosofo da talk-show: avrebbe potuta farla da Roma, comodamente seduto in studio. Poi ha cercato di collegarsi via Skype con la portavoce del ministro degli esteri Lavrov – anche questo si poteva fare benissimo da Roma – ma nonostante le genuflessioni la signora del Cremlino non ha risparmiato le torte in faccia a lui e all’Italia. Ha trasformato l’immane..

Gerenza

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