Il teatro, le difficoltà
e quella brutta tarantella

E’ difficile non sentire il coro delle anime belle che lanciano un grido di dolore per la lenta morte della cultura. E’ difficile non indignarsi con il Comune di Palermo che non tiene un euro in cassa e non riesce a rispettare gli impegni nei confronti del Teatro Biondo. Ed è anche difficile, molto difficile non mostrare solidarietà verso i lavoratori dello spettacolo che a fine mese non trovano soldi in busta paga. Ma, detto questo, bisogna anche chiedersi se i sovrintendenti abbiano fatto di tutto per mantenere alto il prestigio delle istituzioni che governano. Prendiamo il “Biondo”. Nessuno mette in dubbio che pandemia e ristrettezze di bilancio abbiano pesato in maniera nefasta. Ma solo la direzione di Pamela Villoresi poteva ridurre a un banale gioco di tarantelle l’opera delicatissima..

Non hanno un solo voto
Eppure spadroneggiano

Se il Balilla fosse stato eletto democraticamente, come gli altri deputati, dovrebbe rendere conto delle sue scorribande. Invece è stato messo lì da una cricca di faccette nere e crede di avere licenza su tutto, anche di usare un linguaggio postribolare. Se il Bullo avesse un elettorato di riferimento non utilizzerebbe la Regione come una vandea: avrebbe un po’ di rossore. Invece è stato portato lì, a Palazzo d’Orleans, dalle logge e dalle lobby che non gli chiedono né rigore né trasparenza. Solo affari. Lo stesso vale per il Corazziere: non dispone di un solo voto, ma si arroga persino il diritto di spadroneggiare in terra di Santa Romana Chiesa. Penso, per contrappeso, a Roberto Lagalla. Lui ha lasciato l’assessorato e si è buttato nella mischia. Il Balilla, il Bullo..

Tre nomi di peso
per una ricandidatura

In quattro anni il vessillo dell’onestà issato su Palazzo d’Orleans si è molto appannato. Quando il Bullo compie le sue scorrerie vandaliche sui carrozzoni dello spreco, lui – Nello Musumeci – si gira dall’altra parte. Quando il Corazziere occupa un protettorato di Santa Romana Chiesa e lo trasforma in un feudo da regalare alla sua sposa, lui fa finta di non vedere. Ma ora il vessillo rischia addirittura di strapparsi. Pensateci. Le uniche alleanze che il governatore ha stretto, oltre il recinto delle faccette nere, fanno riferimento a tre nomi di peso: Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e Francantonio Genovese. Per carità, è vero che la pena cancella ogni colpa e che il carcere redime da ogni peccato. Ma non sempre Parigi – o una ricandidatura – val bene una messa.

Le pompose geremiadi
della Corte dei Conti

Sono magistrati. E sono tutti scortati, riveriti, santificati. Sono stati inviati sulla terra – in partibus infidelium, si stava per dire – al solo scopo di salvare il popolo da ogni peccato e da ogni nefandezza. Vigilano sui bilanci della Regione e, a ogni inaugurazione dell’anno giudiziario, lanciano allarmi, moniti, raccomandazioni. Sono i magistrati della Corte dei Conti. Le loro geremiadi lasciano però il tempo che trovano. E per averne contezza basta fare un giro tra i carrozzoni del pascolo abusivo – come l’Esa o l’Ast, come la Sas o Sicilia Digitale – che da cinquant’anni producono solo sprechi e clientele. Avrà mai un procuratore il coraggio di puntare il dito sui politici che avrebbero dovuto vigilare e invece hanno aperto le porte a ladri e faccendieri? Se non si..

Salvini nella polvere.
E la Lega di Sicilia?

Beato lui. Sì, proprio lui, Matteo Salvini, il leader della Lega spernacchiato in cielo, in terra e in ogni luogo per le innumerevoli parti in commedia recitate sul palcoscenico nazionale e anche su quello internazionale: è stato putiniano di ferro e voleva anche diventare amico degli ucraini, è stato nemico dei grillini e ha governato con Conte e Di Maio, è stato avversario del Pd e ora sostiene Draghi a braccetto con Letta. Ci ha rimesso la faccia mille volte, ma vivaddio. Ha mostrato una Lega confusa ma viva. A differenza di quella siciliana che non dà segni di vita. Da quando si è accucciata a Palazzo d’Orleans approva ogni nefandezza. Tace su scandali e malaffare. Non ha capito che a capo del governo non c’è Musumeci, il presidente eletto..

Quelli del “verminaio”
Chi si vergogna e chi no

Si è arrampicato sugli specchi per quasi due ore. Ha tentato di difendere l’indifendibile e di nascondere una realtà che avrebbe dovuto scoprire da almeno due anni. Ma non c’è stato niente da fare: Claudio Fava, presidente della Commissione regionale antimafia, ha tirato dritto e lo ha inchiodato alle proprie responsabilità politiche. Per Gaetano Armao – il sovrastante di Musumeci che avrebbe dovuto controllare le scempiaggini dell’Ast, azienda siciliana trasporti – è stata una giornata infelice. Ma sul suo viso i membri della commissione non hanno riscontrato il minimo rossore. La vergogna ha invece assalito Giovanni Amico, direttore generale dell’Ast, anche lui indagato, come tutta l’allegra combriccola: non ha retto l’urto e, appena si è conclusa l’audizione, ha rassegnato le dimissioni. Il governo dell’onestà-tà-tà lo aveva dimenticato lì, nel verminaio.

Musumeci e l’onestà
delle tre scimmiette

Ma in che cosa consiste l’onestà di Nello Musumeci? La riflessione va avviata al più presto. E non solo perché il presidente della Regione ha preteso dai farfalloni dell’Ast un servizio di autobus – a sbafo, va da sé – per coronare al meglio i suoi sogni di grandezza su Ambelia. C’è dell’altro. Nella stanza del suo Bullo di fiducia alberga da mesi un faccendiere, già inquisito come procacciatore d’affari per conto di Lorenzo Cesa, leader dell’Udc. Ma il governatore fa finta di non vedere. L’uomo forte del cerchio magico, comunemente chiamato Re Ruggero, annette al suo impero – quello della Sanità – una monumentale istituzione come l’Oasi di Troina, che – per inciso – appartiene al regno di Santa Romana Chiesa. Ma il governatore tace e tacendo acconsente. Ecco,..

Dieci, cento, mille Ast
uno scandalo senza fine

Dieci, cento, mille Ast sottomesse alla dittatura dello scandalo, imprigionate da una gestione vandeana del clientelismo, asfissiate da un potere politico che le saccheggia senza rossore e senza vergogna. Dieci, cento, mille società finanziate dalla Regione e dissanguate giorno dopo giorno con consulenze e assunzioni tutte rigorosamente spartite tra consorterie e clan di appartenenza. E’ questo il ritratto dei “carrozzoni” amministrati da un governo che da quattro anni predica onestà e oggi non sa più come arginare il malaffare. Se Nello Musumeci fosse un uomo di coraggio, e non una timida faccetta nera nelle mani del suo Bullo di fiducia, dovrebbe chiuderli tutti, in un colpo solo. O correre in Procura e denunciare i padrini e i padroni dello scempio. Ma il suo orizzonte è la ricandidatura. E basta questo..

Politica & parcelle
Una vita da Bullo

Ma che faceva il Bullo nella prima vita, quando ancora non c’era Ezio Bigotti, avventuriero da cento milioni di euro, non c’erano le raccomandazioni di Antonello Montante e nemmeno l’amicizia con il faccendiere di antico pelo che alberga nella sua stanza? Le cronache giudiziarie di Livesicilia, a firma di Riccardo Lo Verso, ci dicono che il Bullo – un Principe degli Azzeccagarbugli – otteneva incarichi dalla politica: consulenze milionarie dall’Istituto Case Popolari, dal Teatro Massimo, da enti, partecipate e anche dall’Amat. Succedeva che gli amministratori – gentuzza di sottogoverno – si affidavano a lui credendo di scegliere l’uomo di Berlusconi e di ottenere in cambio chissà quali favori. Ma Berlusconi non c’è più. E il Bullo, per ottenere i soldi delle parcelle, è costretto a fare causa. L’ultima l’ha persa...

Noi che abitiamo
in partibus infidelium

E tu? Certo, chi non ha peccati scagli la prima pietra. Ma io appartengo ormai alla categoria dei reduci e combattenti. Non ho mai impartito lezioni, non mi avventuro in raccomandazioni, lascio che questo mestiere – il mestiere di giornalista – si consumi senza rimpianti e nostalgie in “un ritaglio di chiacchiera”; oppure, per dirla con Giorgio Manganelli, in “un gomitolo di inutili aggettivi, di frivoli avverbi, di risibili sentenze”. Ormai s’avanzano nuovi maestrini: distribuiscono pagelline, ostentano innocenza e immacolatezza, indossano i paramenti sacri degli inquisitori, bollano come reprobo chiunque abbia l’umiltà o il coraggio di ricordare che si può vivere da uomini liberi anche senza sudditanza verso i nuovi eroi del giustizialismo, senza riverenza verso le persecuzioni, senza l’indecenza di impiccare la gente al palo della gogna e dello..

Gerenza

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