Giuseppe Sottile

Ma Schifani dov’é?
Vive la propria festa

Non bastava l’imbroglio di Cannes, dove il Balilla ha organizzato una faraonica mostra fotografica e ha consegnato quasi tre milioni di euro a un avventuriero lussemburghese che gli ha venduto diritti sul festival cinematografico che non aveva. Non bastava lo scempio di SeeSicily e lo sperpero di oltre trenta milioni per la gloria – politica, va da sé – della corrente turistica di Fratelli d’Italia. Ora è esploso anche il bubbone dei contributi per lo spettacolo, assegnati dal tragico assessorato al Turismo alle solite confraternite composte da faccette nere. Forse è arrivato il tempo di dire basta. Ma alla Regione non c’è un presidente in grado di battere i pugni sul tavolo. C’è Schifani. Che ancora non si è ripreso dalla sbornia di ritrovarsi, per grazia ricevuta, al centro di..

Tra Lupo e la Chinnici
un conto da regolare

Nell’estate del 2022 Giuseppe Lupo voleva tornare all’Assemblea regionale dove, per cinque anni, aveva ricoperto il ruolo di capogruppo del Pd. Ma al momento della formazione delle liste, scattò il veto di Caterina Chinnici che era la candidata scelta dal partito per la presidenza della Regione. Lupo fu criminalizzato, umiliato, mortificato e sputtanato. Santa Caterina da Strasburgo, da professionista dell’antimafia, prese a pretesto un’inchiesta di quattro soldi dalla quale l’ex capogruppo sarebbe uscito comunque a testa alta. Ma il suo “vade retro” era inappellabile. E a Lupo fu sbattuta la porta in faccia con il cinismo tipico di chi si ritiene al di sopra del bene e del male. Due anni dopo Chinnici e Lupo si ritrovano, una contro l’altro, in corsa per le europee. Lupo è rimasto nel Pd,..

Beate le anime belle
dalle prediche zoppe

Beate le anime belle che si strappano le vesti davanti alle violenze e alle pacchianate dei boss mafiosi ma non alzano mai il ditino sulle trattative, sugli accordi e sui compromessi che i professionisti dell’antimafia intrecciano con la peggiore politica: quella dei trasformismi e delle clientele; quella dei voti comprati e venduti. Beate le anime belle che sulle pagine dei loro giornali – pagine piene di luce salvifica, va da sé – danno conto degli sternuti del presidente Schifani e ci informano sui colpi di tosse di ogni singolo assessore ma evitano di mostrare disgusto per le storie limacciose che accerchiano Palazzo d’Orleans: storie di bulli, di balilla e di pagnottisti; storie di sprechi, di prepotenze e prevaricazioni. Beati i moralisti della domenica. Che mondo sarebbe la Sicilia senza le..

Quel doppio regalo
di Tajani alla Chinnici

Il presidente della Regione, Renato Schifani – fervente berlusconiano, va da sé – si è detto “amareggiato” per il fatto che Forza Italia abbia sbattuto la porta in faccia a Totò Cuffaro. “I voti della Dc – ha precisato – sono utili e apprezzati dal centrodestra. Con i voti di Cuffaro sono stati eletti il sindaco di Palermo, quello di Catania e a Caltanissetta, dove si vota a giugno, la Democrazia Cristiana è con noi”. Parole chiare. Dalle quali si deduce che il partito in Sicilia non ha pregiudizi e che il no all’alleanza con l’ex presidente della Regione è legato a un diktat di Caterina Chinnici, transfuga dal Pd, alla quale il segretario Tajani ha assicurato la rielezione. Stando alle parole di Schifani, il leader di Forza Italia le..

Dove volano i campioni
fuggiti dal partito di Elly

Povero Pd. Aveva il monopolio dei “campioni” antimafia e in pochi mesi ne ha persi due: Leoluca Orlando e Caterina Chinnici. L’ex sindaco di Palermo si è proposto per Bruxelles ma il partito di Elly non ha colto l’occasione e ha lasciato che il suo ex gioiello finisse sul medagliere rossoverde di Bonelli e Fratoianni. Mentre Caterina Chinnici – una professionista oltre che dell’antimafia anche del cambio casacca – ha preferito sterzare a destra e si è accasata in Forza Italia dove il segretario Tajani le ha assicurato la rielezione e le ha pure garantito che il partito si farà carico di tutte le spese. Pare che Santa Caterina da Strasburgo – i berluscones ormai la chiamano così – non dovrà scucire nemmeno i dieci euro necessari per rifarsi la..

L’antimafia di un padre
che chiedeva giustizia

Per trent’anni Vincenzo Agostino ha cercato di conoscere gli assassini del figlio poliziotto, ucciso nel 1989 assieme alla moglie incinta. Per trent’anni Agostino, con la sua barba lunga e bianca, è stato il simbolo di un’antimafia dolorosa, tenacemente impegnata nella ricerca della verità. E’ morto l’altro ieri senza avere avuto giustizia. Sempre l’altro ieri alcuni partiti, già in preda alla febbre elettorale per le europee, hanno presentato alla stampa i “campioni dell’antimafia” (cit. Repubblica) reclutati nella speranza di convogliare sui loro simboli il consenso della società civile. Ma i venerati “campioni” inseriti nelle liste sono quasi tutti professionisti dell’antimafia; alcuni addirittura incalliti voltagabbana, pronti a cambiare casacca per accaparrarsi un seggio a Strasburgo. Requiem per Vincenzo Agostino, che per trent’anni ha cercato solo verità e giustizia.

Minardo si sacrifica
per la gloria di Cesa

Nino Minardo è un uomo politico perbene, un deputato serio, orgoglioso del proprio ruolo di presidente della Commissione Difesa e altrettanto rispettoso dei propri elettori; che, per fortuna sua, sono tantissimi. Riesce perciò difficile capire per quale motivo abbia deciso di abbandonare il gruppo parlamentare della Lega e di fare comunella con l’Udc di Lorenzo Cesa, un partito che conta alcuni reduci della vecchia DC e che ad ogni elezione cerca di rientrare in gioco promettendo al maggiore offerente pacchetti di voti che non ha. E’ molto probabile che sia stato Matteo Salvini, abbagliato dalla fresca alleanza con Cesa, ad avere chiesto a Minardo il sacrificio di iscriversi al gruppo misto. Ma ne valeva la pena? Sono anni ormai che l’Udc si muove nel sottobosco della politica. Non attrae più..

Il paradiso
dei voltagabbana

Per quasi una legislatura Elena Pagana era rimasta a Sala d’Ercole come deputata dei Cinque Stelle. Poi, annusato il vento, ha fatto subito il salto della quaglia ed è passata prima con Attiva Sicilia e poi con Fratelli d’Italia. Ha tentato la rielezione all’Ars e ha raggranellato poco più di mille preferenze. Bocciata. Ma i patrioti hanno insistito perché venisse comunque premiata e, manco a dirlo, è toccato a Renato Schifani appuntarle sul petto la medaglia di assessore al Territorio. La Regione, si sa, trova sempre una poltrona per ripagare un cambio di casacca. Il presidente Schifani conosce bene l’arte della trattativa: in pochi mesi ha arruolato un giustizialista come Giancarlo Cancelleri, un opaco avvocato d’affari come Gaetano Armao e una professionista dell’antimafia come Caterina Chinnici. Ha fatto di Palazzo..

Un nefasto teatro
delle evanescenze

Certo è solo una coincidenza, ma nella storiaccia di Tremestieri Etneo non compaiono figure che si battono per un’idea o per un valore. Compaiono personaggi per i quali la politica è un teatro delle evanescenze, un mercato dove si vendono e si comprano i voti, una giostra sulla quale si sale per agguantare un vantaggio. C’è il farmacista del paese che per azzoppare la concorrenza lascia l’opposizione e si arruola nel partito del sindaco. C’è Luca Sammartino, che per mantenersi ai vertici del potere regionale offre i suoi trentamila voti prima al Pd, poi al partito di Renzi e infine alla Lega di Salvini. E c’è, sullo sfondo, Caterina Chinnici che, eletta anche con i voti di Sammartino, vuole garantirsi ancora una volta il ritorno a Strasburgo e passa dal..

A Palazzo d’Orleans
è l’ora delle tribolazioni

Il meraviglioso mondo di Renato Schifani comincia a scomporsi, se non proprio a sgretolarsi. Luca Sammartino, che sembrava l’uomo forte della giunta, è precipitato in un gorgo giudiziario dal quale si tirerà fuori sì e no tra un anno. Vacillano pure altri pilastri del centrodestra. Gli assessori Marco Falcone ed Edy Tamajo – due campioni del consenso dentro Forza Italia – hanno deciso di misurare i propri voti alle europee di giugno e il risultato della sfida non potrà che avere un peso nei futuri equilibri del potere regionale. Come se non bastasse, nell’appannarsi del quadro politico, contano anche i malumori di Totò Cuffaro, il leader della Dc che il governatore ha prima abbracciato come fraternissimo amico e poi buttato nel cestino della ragion di stato. Palazzo d’Orleans, che Schifani..

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