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Giuseppe Sottile

Piersilvio e Bianchina
Un azzardo, due disastri

L’hanno pagata a peso d’oro perché lei - Bianca Berlinguer - gli ha fatto credere che avrebbe portato nella cattedrale del centrodestra il venticello caldo e rassicurante della sinistra. Ma, una volta firmato il contratto, Bianchina si è spinta oltre e ha trasformato il talk-show di Retequattro in una sala d’accoglienza per combattenti e reduci dell’anti berlusconismo. Un azzardo. Che ha finito per spaventare un pubblico addestrato per lungo tempo ad applaudire Porro, Sallusti, Del Debbio, Giordano e tutti i venerati guardiani della rivoluzione meloniana. L’innesto non poteva che rivelarsi innaturale e i dati d’ascolto non potevano che scivolare sotto il tre per cento. Un disastro per Bianchina. Ma anche per Piersilvio Berlusconi che in nome del pluralismo - o per un punto di share in più - ha aperto..

Mimì metallurgico
a Palazzo d’Orleans

Non si contano più gli schiaffoni che l’Assemblea regionale, la Corte Costituzionale e la magistratura contabile assestano, giorno dopo giorno, a Renato Schifani e al governo che lui crede invece di guidare con piglio deciso e autorevole. Macchè. Il presidente della Regione, reduce da due sonore sconfitte in Parlamento, ieri ha dovuto incassare il colpo più severo e più bruciante; un colpo che, richiamando il titolo di un film, lo accosta a Mimì metallurgico ferito nell’onore. E sì. Perché la Corte dei Conti ieri ha negato alla Regione la parifica del rendiconto 2020 e ha di fatto censurato pesantemente le scelte e gli azzardi di Gaetano Armao, a quell’epoca assessore al Bilancio; dello stesso Armao che Schifani ha scelto come consigliere personale dandogli, oltre a un lauto stipendio, anche mano..

Quei democristiani
raccattati da Salvini

Umberto Bossi, vecchio patriarca della Lega, non concedeva attenuanti e bollava i democristiani come “ladroni”. Matteo Salvini, invece, raccatta tutti i democristiani disponibili sul mercato del trasformismo, nella speranza di vivere e sopravvivere con i voti del bianco fiore; un banco fiore appassito, logorato, aduso alle virtù e ai tanti vizi del potere. I nomi dei cosiddetti leader che, alle elezioni europee, andranno ad affiancare il Capitano raccontano storie non sempre edificanti. Prendete Lorenzo Cesa, dell’Udc. Non scandalizza tanto il fatto che sia un recordman del cambio casacca o un reduce – indenne, per sua fortuna – di tortuose inchieste giudiziarie. Preoccupano di più i legami del suo vecchio spicciafaccende con l’avvocato d’affari che cura il retrobottega di Palazzo d’Orleans e che è il punto di riferimento di tutte le..

Un capro espiatorio
per il disastro sanità

Le cronache descrivono, ogni giorno, lo sfascio di ospedali e pronto soccorsi, lo scandalo delle liste d’attesa e il calvario dei pazienti in cerca di una struttura privata che, a metà mese, non abbia già esaurito il budget. Ma la classe politica non si scompone. Tiene in sella un assessore fantasma e mantiene al vertice dell’Asp di Palermo una zarina che non riesce neppure a contabilizzare le prestazioni che risalgono a due, a tre o a quattro anni fa. Poi, all’improvviso, il governo della Regione individua una vittima sacrificale – come la dirigente dell’Ospedale dei Bambini – e si strappa le vesti. Ordina un’ispezione e la sventurata viene impiccata in fretta e furia all’albero della gogna da un manager che, manco a dirlo, è lo stesso che non ha saputo..

Grosso guaio
alla Sinfonica

Non tutti i reverendissimi membri del cerchio magico sono al di sopra della legge. Certo, le figure più opache, come gli avvocati d’affari, resistono perché hanno armi che nessuno riesce a controllare, ma gli altri – se beccati con le mani nella marmellata – prima o poi sono costretti a cedere. Prendete il sovrintendente della Sinfonica, Andrea Peria, fedelissimo di Schifani. Si è insediato mantenendo gli altri incarichi di sottogoverno e sfidando la legge sulla incompatibilità. Messo alle strette dagli organi di controllo, ieri ha tentato l’ultima disperata mossa e ha scritto una lettera con la quale dichiara di rinunciare allo stipendio. Una toppa peggiore del buco: la lettera è un’ammissione di responsabilità. Se il vulnus non si sana, l’assessorato al Bilancio potrebbe addirittura revocare il finanziamento di undici milioni..

Ma questa è la crisi
del re e del viceré

Il Cavalier Patacca – quello che, difronte al disastro, ripete: tutto bene – non sa più che pesce pigliare. Per gettare fumo negli occhi dei giornali si inventa vertici istituzionali e incontri bilaterali: un reliquiario di cose viste e riviste che serve solo per sfuggire alla questione centrale. Che è una sola: i partiti di centrodestra – da Forza Italia a Fratelli d’Italia – non credono più in un presidente della Regione che non ha un programma di governo, che non sa che cosa significa governare e che ha avuto l’abilità, in un solo anno, di avvelenare i rapporti con quasi tutti i leader della maggioranza: da Totò Cuffaro a Raffaele Lombardo, da Nello Musumeci a Marco Falcone. Non hanno più fiducia in un governatore che si lascia guidare dai..

“Ma non c’è crisi”
dice l’on. Patacca

Si credeva unto dal Signore e si era messo in fila per diventare – addirittura – il successore di Silvio Berlusconi. Ma dal vertice di Forza Italia gli hanno fatto capire che non c’è trippa per gatti. Si credeva un principe degli statisti e si era messo in testa di comandare, oltre che nel suo orticello, anche in casa dei partiti alleati. Ma nel giro di una settimana è stato affondato due volte. Dopo appena un anno, Renato Schifani, presidente della Regione per grazia ricevuta, è al capolinea. I pregiati consigli del suo cerchio magico – soprattutto di quell’opaco avvocato d’affari che risponde al nome di Gaetano Armao – lo hanno allegramente consegnato al disastro; al disastro politico, va da sé. Se avesse coraggio e rossore, dovrebbe trarre le conseguenze...

Il mistero della Faraoni
nella nebbia della sanità

Non sapremo mai per quali meriti – o per quale mistero glorioso – Daniela Faraoni sia stata riconfermata al vertice dell’Asp di Palermo, l’azienda sanitaria più grande e più sfasciata della Sicilia. Lei sarà anche Nostra Signora delle Grazie, ma la gestione dei servizi fa rabbrividire. I suoi uffici, pur avendo i fondi in cassa, non pagano. I convenzionati esterni vantano addirittura crediti del 2019, sperano ancora nella rimodulazione del budget per il 2022 e per il 2023, dovrebbero incassare pure i soldi provenienti dalle cosiddette economie e le somme stanziate per le liste d’attesa, tanto tambureggiate da Schifani. A ottobre era partita anche una roboante lettera dei vertici dell’assessorato che invitavano l’Asp a disporre i pagamenti entro novembre. Ma siamo a febbraio e non si è visto un euro...

Se la musica affianca
i giochi della politica

Leonetta Bentivoglio, su Repubblica, l’ha scorticata. Fabrizio Roncone, sul Corriere della Sera, l’ha fatta a pezzi. Dagospia l’ha chiamata “Bacchetta nera”. Il podio della Sinfonica siciliana è stato, per Beatrice Venezi, una piccola Waterloo. La giovane direttrice d’orchestra credeva che la Sicilia fosse un lungo tappeto rosso. I gerarchi di Fratelli d’Italia erano ai suoi piedi, l’amicizia con Giorgia Meloni le apriva tutte le porte. Ovviamente le ha spalancato pure il portone della Sinfonica, un feudo di sottogoverno. Ma qui la patriottica Beatrice incontra un sovrintendente traballante che, per puntellare se stesso, la sovraespone, manco fosse Herbert von Karajan; e alcuni orchestrali che invece avanzano seri dubbi sulla sua direzione musicale. L’incanto si spezza e l’inciampo di Palermo finisce per dilagare sulla stampa nazionale. E’ la politica, bellezza.

Il gerarca non molla,
Schifani ballerà ancora

Ha fatto la marcia su Roma non con le camicie nere, non con gli arditi, non con gli squadristi degli assalti al sindacato. Ma con i piccioli del turismo. Intanto con i ventitré milioni di SeeSicily distribuiti a Mediaset, alla Rai, al Corriere e alla Gazzetta di Cairo. E poi con altri milioni sperperati al festival del cinema di Cannes, e altri ancora spesi con un context dedicato a Vincenzo Bellini e zeppo di consulenze pagate a peso d’oro. Ma il seggio di Roma non gli dà le soddisfazioni che gli dava la Regione, regno di piccioli e clientele. Ed è per questo che il Balilla, già capo della corrente turistica, ha deciso di troneggiare sull’intera Sicilia, di prendersi tutto il partito e, con il partito, il potere che discende..

Gerenza

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